Blog

Blog

Gli amici diventano nonni (ma è andata così)

Succede sempre più spesso. Mi arriva un messaggio da una/un amica/o con una scia di cuoricini per comunicarmi che la figlia (o il figlio) aspetta un bambino. Di conseguenza l’amica/o diventa nonna/o. E ha la mia età.

Sono quei momenti in cui, come nei film, mi passa davanti agli occhi la mia vita. A un certo punto ho deciso di volere un figlio senza volerlo sul serio. Ci ho comunque provato lasciando fare alla natura, che però si è rifiutata di compiere il suo dovere. Ho cercato di convincermi che dovevo avere un figlio e ho deciso di averlo con analisi dolorose e punture di ormoni, prescritte da medici che mi guidavano verso costosi interventi di fecondazione assistita. Ho pianto molto e poi mi sono arresa. Ho sanguinato talmente tanto che mi hanno ricoverata in ospedale per dieci giorni.

Non si può volere una cosa senza volerla sul serio. Non ci si può allineare a un modello se dentro non si ha nulla in comune con esso. Hai voglia a cercare ‘sto senso materno, io non l’ho mai trovato. Non ho mai avuto il batticuore a guardare un neonato o un bambino piccolo. Nessun impulso alla tenerezza, nemmeno a una carezza. Ho pensato che forse mia madre non mi avesse passato quest’attitudine femminile. Ma perchè dare la colpa a lei? E poi mia sorella aveva avuto una figlia. Quindi il guasto ce l’avevo io, il meccanismo inceppato era roba mia.

Poi mi è arrivato addosso il treno della sclerosi multipla. Che peraltro non mi avrebbe impedito di avere bambini. Ma era una buona scusa. E poi avevo già quarant’anni. Eppure come può una donna non sentire l’urgenza irrefrenabile di fare un figlio, oltretutto avendo accanto un uomo gentile e amorevole?

Già. Come può? Quale aridità d’animo nasconde? Quale assenza di sentimenti? E quale potentissima forza le ha bloccato il processo naturale che fa andare avanti il mondo e la natura stessa?

MI trovo ora a guardare con una punta d’invidia gli amici che si commuovono per i figli che si laureano, che fanno il lavoro dei loro sogni, che li rendono nonni e proseguono la specie.

Chissà cosa avrei provato io, a vedere un figlio che si realizza.

foto di Keenan Constance su Pexels.com

Blog

Che resterà dei nostri amori?

California Kiss, Santa Monica, 1956 – Elliott Erwitt ©Magnum Photos

Que reste-t-il de nos amours? è una canzone francese del 1942 di Charles Trenet. Mia mamma, che amava cantare, ogni tanto la intonava quando – forse – si sentiva un po’ malinconica. Questa canzone ce l’ho in testa da stamattina, si è affacciata con garbo e mi ha accompagnata per tutto il giorno.

E così mi sono chiesta Che resterà dei nostri amori? Non poco, credo. Io ce li ho scolpiti dentro. Se mollo un po’ la presa, posso lasciarmi andare a un’ondata di ricordi che mi riaccende quel “frìccico nel còre” sepolto sotto gli anni, la polvere, i dolori, le necessità.

E’ questa la grande ricchezza che mi hanno lasciato i miei amori. Indomiti luccicanti ricordi che arrivano in soccorso quando la mente scivola in una selva di pensieri che feriscono. Mi piace ripensare alle risate, alla musica, alle sciocchezze, ai bigliettini, al batticuore, agli sguardi, agli abbracci, al piacere.

Niente di speciale, niente di unico. Cose banali, comuni a tutti, ma molto preziose per me, perché sono ancora in grado di riaccendere quella fiammella che basta soffiarci sopra e scompare, ma invece è sempre lì, birichina e ammiccante, pronta a raccontarmi di quanto la passione non la puoi fermare con niente, che nemmeno la marea a Venezia, altro che Mose. E di quanto sia stato illuminante e appagante averla provata, assecondando la corrente.

Di quegli amori – che avevano l’allegra irruenza di un torrente di montagna – resta la purezza, l’incoscienza, lo stupore, la bellezza. E’ un patrimonio gigantesco, una riserva di magnifici istanti che sono lì a brillare quando dentro si fa buio.

Avalon Jazz Band, Que reste-t-il de nos amours? (Charles Trenet), 2015, video da youtube
Senza categoria

La discesa saponata

Alyssa Monks, “Stare”, olio su tela, 2010

Ho un’amica brillante e intelligente che ha un senso dell’umorismo sottile e pungente. Si chiama Evelina e ha coniato un modo di dire perfetto per descrivere il passare del tempo. “Stai sulla discesa saponata, scivoli giù e non trovi appigli per bloccarti”.

La discesa saponata è la perfetta metafora dell’invecchiamento, ovvero quello stato in cui ormai ti è scaduta la garanzia e non trovi neanche più i pezzi di ricambio. La discesa saponata si fa concreta quando ti guardi allo specchio e sussulti pensando “Ma che cazz… quella sono io?”. Ti tiri su le guance con le mani e ravvisi in quella faccia qualcosa di te ragazzetta, lo sguardo acceso, la bocca morbida. Poi molli la presa e la tua faccia ricorda il crollo di una diga, come cantava De Gregori.

La vecchiaia – ed è questo il nome, inutile girarci intorno – ti avvolge giorno dopo giorno, con la ferrea ineluttabilità del passare del tempo. E somiglia a una di quelle creature orrende che solo la mente di Stephen King può immaginare e descrivere. Hai voglia a mettere creme costose, la forza di gravità chiede il suo tributo ogni giorno. La chirurgia, le punturine? Mezzucci che ti rendono il viso gommoso e irreale – e qui torniamo ai mostri dello scrittore del Maine.

Col tempo io ho cambiato colore, forma, densità. Come diceva Piero Pelù. Il carattere no, è rimasto duro e ombroso, con la differenza che ora mi scatta il “chi se ne frega” con una frequenza estrema. E’ un “chi se ne frega” che si estende a tutto, agli altri, al mondo, a me. E’ una freddezza interiore che si espande come il ghiaccio nel mondo di “Snowpiercer”. E’ brutta. E’ la scomparsa delle emozioni.

Se su “Google Immagini” si cerca “donna vecchia” escono delle foto terrificanti. Volti devastati nella pelle e nella struttura ossea che vanificano i commenti come “è la saggezza che si manifesta” o “è il segno dell’esperienza”. Di Benedetta Barzini ce n’è una. Inoltre con l’avanzare del tempo uomini e donne si somigliano, si confondono, perdono i connotati che li identificano. E per noi c’è di più, perchè la natura ha pensato bene di farci fuori dal giro in maniera più che evidente. I nostri “paesi bassi” progressivamente si cancellano, si sfaldano, si modificano e chiudono col mondo molto prima che chiuda tu. Per la gioia dei produttori di dispendiose creme specifiche per idratare e lubrificare la zona morta.

Ho esagerato? Si può rimediare a tutto questo? Non lo so e non me ne frega niente. Meglio un bicchiere di vino rosato del Salento a 10 gradi.

Senza categoria

Ho studiato con Indiana Jones

Quando mi sono iscritta alla facoltà di Lettere avevo quel gradevole senso di fallimento che mi accompagnava sin da allora (e che non mi ha mai lasciata, ormai è una relazione consolidata). Il motivo? Avevo già provato con Sociologia, non capendoci nulla, e dopo aver buttato un anno tentando di entrare nel mood di Ferrarotti, mi arresi. Sociologia non faceva per me.

Ripiegai su Lettere, ben lungi dal sognare di studiare la storia medievale o la filologia romanza. Avevo adocchiato alcune materie che mi attraevano di più: Antropologia culturale, Etnologia, Religioni del Vicino Oriente Antico, Storia delle Religioni, Religioni dei Popoli Primitivi. Tutte ‘ste religioni non erano dovute al fatto che io fossi credente (non lo sono) ma alla mia curiosità per il modo in cui gli uomini s’inventavano pantheon e aldilà.

Cosa ci avrei fatto con questo indirizzo di studi? Niente, ovviamente. Ma mi pareva super affascinante. Superai due annualità di Antropologia con Cirese, Etnologia con Signorini e varie altre materie tipo Storia del Teatro e dello Spettacolo o Storia del Cristianesimo. Quando approdai alla cattedra di Religioni dei Popoli Primitivi ebbi l’illuminazione, come Jake e Elwood di fronte al reverendo Cleophus James. Era quella la MIA materia!

Il professore ordinario era Gilberto Mazzoleni, uno studioso timido, simpatico e un po’ fuori di testa, storico delle religioni di enorme sapienza. Aveva fatto missioni in America Latina e in Scandinavia, e io beccai le lezioni sui Sami, popolazione della Lapponia. Decisi che mi sarei laureata con lui. Così divenni una studentessa-habitué del dipartimento e iniziai a seguire i seminari di un assistente di Mazzoleni che si chiamava Gerardo Bamonte.

Biondo, non molto alto, barba da esploratore e occhi azzurrissimi, Gerardo divenne il mio mentore e la mia guida nell’affascinante mondo dell’etnologia letta attraverso gli studi storico-religiosi. Simpatico e coltissimo, era stato dovunque ci fosse una popolazione indigena: in Africa, in Asia, in America Latina. Parlava quattro lingue più un po’ di quechua e si occupava di noi studenti come un capo scout segue le sue squadriglie.

Ascoltare le sue lezioni e i suoi racconti era bellissimo, sembrava di vederlo farsi strada nella foresta Amazzonica o nelle paludi del Bengala. Era un convinto sostenitore del diritto all’autodeterminazione di tutte le popolazioni indigene. Abitava a Piazza Verbano e girava su un’impolverata Land Rover anni 60 molto cool sulla quale sono salita una sola volta, aspettandomi di vedere il cappello e la frusta di Indiana Jones sul sedile posteriore.

Gerardo coinvolse alcuni di noi studenti nella creazione di una biblioteca che chiamò Centro Studi Amerindiani, presso la fondazione Lelio Basso in via della Dogana Vecchia, al centro di Roma. Fu il mio primo piccolo lavoro retribuito. Pochi soldi, ma ero felice. Con la prima paga mi comprai un paio di occhiali da sole Persol, molto fighi. Facevo l’archivista bibliotecaria dei materiali sugli indios (riviste e libri) insieme ad un collega di corso, Davide, sotto la supervisione di Gerardo, che mi chiamava “Mon petit chou” quando non capivo qualcosa o combinavo qualche pasticcio.

Mi laureai con la Cattedra di Religioni dei Popoli Primitivi con una tesi intitolata “La ricerca dell’Eldorado: analisi di un fenomeno mitopoietico tra ‘500 e ‘600”, che se provo a rileggerla ora non la capisco. Beccai un 110 e lode credo in base alla fiducia e all’affetto che c’era con Mazzoleni e il suo staff. Non vidi mai più Gerardo. Ho scoperto sul web che se n’è andato nel 2008.

Senza categoria

Mi piace/Non mi piace

Vignetta di Massimo Cavezzali, dal web.
Cavez ti adoro (e lo sai)

Direte che sto sempre a rimestare nel pozzo dei ricordi e in effetti è un po’ così. Nella rivista settimanale per teenager che ho fatto per vent’anni c’era una rubrichetta di una pagina che si intitolata “Ci piace/Non ci piace”. Consisteva in un elenco di cose che le ragazzine apprezzavano o detestavano, tipo Mi piacciono le spalline/Non mi piacciono i colori spenti oppure Mi piacciono i baci/Non mi piacciono le discussioni.

Chissà come sarebbe ora quella rubrichetta. Ci pensavo ieri e riflettevo che fare una lista di cose gradite e non amate sarebbe divertente. E quindi… i dodici MP/NMP del mese.

MI PIACE

  • L’odore della mia cana bassotta Spilla, un misto di biscotto Gentilini e salame Milano.
  • L’odore dell’aria fresca del mattino presto, quando devo uscire alle 6 e mezzo ma prima passo al bar per un caffè.
  • Leggere la sera tardi raggomitolata nel letto.
  • Ascoltare musica anni 80 (ma anche 70 e 60) a volume alto.
  • Fare il pisolino pomeridiano dalle 14,30 alle 15 (con cani accollati).
  • Ridere con gli sketch di Lillo e Greg.
  • Guardare le serie assurde. Ora sono in fissa con Snowpiercer e American Gods.
  • Andare al Teatro Sistina a vedere i musical (quando si potrà).
  • Passeggiare in montagna.
  • L’angolo tondo della pizza bianca.
  • I messaggi inaspettati e carini su whatsapp.
  • Cantare pezzetti di canzoni saltando da un brano ad un altro mentre riordino casa.

NON MI PIACE

  • I cacciatori e i bracconieri.
  • La trap, il rap, l’autotune, il reggaeton.
  • La carne e tutto ciò che è stato vivo e finisce nel piatto.
  • Misurarmi le cose dello scorso anno e vedere che mi stanno strette.
  • Farmi prendere dalla pigrizia.
  • Vedere la ricrescita grigia dei capelli.
  • Fare i bilanci. Ce n’avessi uno positivo, oh.
  • I dolci con la glassa di zucchero.
  • I posti affollati e la metropolitana.
  • Chi guida guardando il cellulare.
  • Il tartufo e l’odore che ha.
  • L’orrido sogno ricorrente in cui continuo a lavorare pur sapendo che sono stata licenziata, oppure vedo tutti gli altri che lavorano e mi guardano con imbarazzo perchè sanno che sono stata licenziata. Argh!

Senza categoria

Pandemic blues

Non è che prima conducessi una vita affollatissima di incontri, impegni, cene, appuntamenti, feste, aperitivi eccetera. Quando tutto è cominciato ero già un’orsa, oltretutto pigra, quindi mi sono detta: vabbè, il lockdown mi fa ridere, io sono già lockdownata di mio; di incontrare le persone non m’importa molto, aperitivi zero, le amiche le sento su whatsapp. In pochissimo tempo però ho amplificato la mia istintiva ritrosia verso il prossimo, la naturale tendenza a stare lontana dalle persone, lo spontaneo passo indietro di fronte al mondo. Si è aggiunta l’occhiataccia di riprovazione a chi non la mascherina, la tiene abbassata sul mento o ce l’ha sotto il naso. Ho sfiorato la rissa quando, al supermercato, ho richiamato all’ordine una tipa che ciarlava al cellulare con la mascherina tirata giù sul collo.

La pandemia mi ha resa ancor più solitaria. La mia innata asocialità si è beata della forzata lontananza dalla “gente”. Aggiungiamoci poi che sono un filino ipocondriaca – ma avendo una patologia autoimmune forse un po’ mi è concesso – ed ecco che questa maledetta “peste del 2021” ha tirato fuori il peggio di me.

Ad esempio, odio quando qualcuno tocca le mie bassotte: avrà le mani pulite? Si sarà disinfettato? Perché non tocca i cani suoi e lascia stare i miei? “Scusi, ora devono mangiare”, dico anche se si sono appena spazzolate due ciotole piene, e le sottraggo alla mano sospetta. Quando mi capita di parlare con qualcuno, indietreggio lentamente ma inesorabilmente fino a rendere inutile la conversazione. Ovviamente sto a casa il più possibile.

Dopo un anno di mascherina-e-amuchina, mi è arrivata la tristezza, il pandemic blues. Un sentore di inutilità in ogni cosa che faccio, compreso questo blogghino. Sarà che mi è diminuito il lavoro, sarà che sto invecchiando, oppure che anche l’allegria si è chiamata fuori per evitare contatti, ma… there ain’t no cure for the pandemic blues.

Senza categoria

I miei film necessari

Ho una manciata di film del cuore che posso rivedere anche mille volte. Eccoli, in ordine casuale e non di preferenza: li amo tutti.

«Fragole e sangue», 1970. Che bella la contestazione giovanile americana, le occupazioni, il college pieno di studenti rivoluzionari innamorati! E che commozione la scena finale, con l’irruzione della polizia mentre i ragazzi inermi cantano «All we are saying… give peace a chance!». Quanto ho pianto!

«Il Laureato», 1969. Da questo film è nato il mio amore per Dustin Hoffman. Il ragazzo che deve inserirsi nella vita normale ma s’innamora della figlia e si fa sedurre dalla madre è una storia assurda ma plausibile. Musiche immortali di Simon e Garfunkel. Di Hoffman ho adorato anche «Piccolo grande uomo», del 1970.

«Woodstock», 1970. Questo documentario sui tre giorni di pace, amore e musica mi fece innamorare del rock. A parte gli spettatori hippy e strafatti ma sorridenti, mi conquistarono le star della musica, Crosby Stills Nash & Young, Ten Years After, The Who, Richie Havens, Joan Baez, Santana, Jimi Hendrix… Che spettacolo!

«Butch Cassidy», 1969. Già la presenza di Robert Redford e Paul Newman insieme bastava a innamorarsi di questo film. Ho adorato i due rapinatori in fuga che si lanciano nel vuoto e Newman in bici sulle note di «Raindrops keep fallin’ on my head» di Buth Bacharach è sublime. Di questi due divi assoluti amo anche «La stangata» del 1973.

«Sacco e Vanzetti», 1971. I grandissimi Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla interpretano gli immigrati anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti che nel 1920 vengono condannati a morte negli stati Uniti. Lacrime a fiumi su «Here’s to you» cantata da Joan Baez.

«Hair», 1979. Una certa predilezione per i fricchettoni mi ha fatto amare questo film dalle musiche incantevoli, manifesto contro la guerra e le convenzioni borghesi. Il personaggio di Berger, interpretato dall’allora fascinoso Treat Williams, ha fatto il resto. Lacrime a fiumi sul finale, ovvio.

«Apocalypse Now», 1979. Ipnotico, drammatico, surreale, terribile. La guerra del Vietnam e le sue conseguenze narrata a partire da «Cuore di tenebra» di Conrad che avevo letto poco prima, è agghiacciante. Ma chi è davvero il folle? «This is the end, my only friend», le musiche dei Doors fanno il resto.

«Frankenstein Junior», 1974. Anche se lo so a memoria devo rivederlo ogni volta che lo danno in tv. Gene Wilder è geniale e Marty Feldman perfetto. Troppo divertente, un must assoluto che non stanca mai. “Potrebbe andare peggio” – “Potrebbe piovere”.

«Guerre stellari», 1977. Amo tutti i personaggi di questo grandioso film, ma Han Solo-Harrison Ford di più. Per me, appassionata di fantascienza, è un must assoluto, bellissimo, sorprendente ogni volta.

«The Blues Brothers», 1982. Ho scoperto questo gioiello qualche anno dopo la sua uscita e me ne sono innamorata. Dan Aykroyd e John Belushi sono i miei eroi e la colonna sonora è strepitosa, con Aretha Franklin, Ray Charles, James Brown. E Carrie Fischer con il bazooka!

«Blade Runner», 1982. Adoro questo film in ogni fotogramma. Storia pazzesca come tutte quelle scritte dal Philip K Dick, uno dei miei autori di fantascienza preferiti. Harrison Ford magnifico, Deryl Hanna magnetica, Ruter Hauer mitico. Il monologo «Ho visto cose che voi umani…» è scolpito nel mio cuore.

«Ghostbusters», 1984. Dan Aykroyd è un attore che adoro, figuriamoci in questo assurdo e esilarante film dove va a caccia di fantasmi con l’immenso Bill Murray e il grande Harold Ramis. Ad una festa di carnevale di quell’anno io e mio marito andammo mascherati da acchiappafantasmi. E vincemmo il primo premio.

…e tutti i film di Fred Astaire!

foto tratte dal web

Blog

La 500 targata Roma 67

500 fiat

Qualche anno fa qualcuno mi disse che somigliavo a una Ferrari che si comportava come una Cinquecento. Io non ho nulla contro le Cinquecento, figuriamoci, è stata la mia prima macchina. Era targata Roma 67… e poi non ricordo altri numeri. Per mettere le marce dovevo fare la famosa doppia debraiata, ovvero quel veloce gioco di frizione e acceleratore che permetteva di ingranare la marcia senza danni.

L’automobilina era bianca e aveva gli sportelli a vento, ovvero con le cerniere posteriori. L’avevo in affidamento da mia madre. Ho rischiato varie volte di ammazzarmi, con la graziosa macchinetta, perchè ci ho fatto qualche testacoda scivolando sulle rotaie del tram. Su questi emozionanti accadimenti ho taciuto con i miei genitori, altrimenti mi sarei beccata una sgridata epocale. I miei erano così: se mi facevo male mi rimproveravano (e mi disinfettavano  le ferite con l’alcool a pioggia).  

Mia madre, che era un’adorabile svitata, qualche volta ci pigiava dentro la Cinquecento in sei (lei alla guida, io. mia sorella, la vicina di casa e i suoi due bambini) e ci portava a “cambiare aria” a La Storta, un paese a pochi chilometri da casa, ma fuori dal cartello “Roma”. Ci sembrava davvero di fare una gita lontani da casa e ci divertivamo in quell’impresa da Guinness dei Primati, sicuri che la Cinquecento ci avrebbe portati sani e salvi dovunque. Anche se a 40 chilometri all’ora.

La Cinquecento non c’è più ma forse le ho copiato il comportamento. Poca velocità, grande resistenza. E anche se davvero ho il motore della Ferrari, bé, sono a posto così.

Blog

Natale in casa mia (e dei vicini)

babbo natale

Quand’ero  piccola, qualche giorno prima di Natale mio padre mi portava dove lavorava perchè c’era Babbo Natale (cioè un tizio vestito di rosso con barba bianca e cappello col pon pon) che consegnava ai figli dei dipendenti i “pacchi” aziendali contenenti di solito un panettone (che a casa mia non piaceva a nessuno) e altri dolci festivi. Papà lavorava alla Squibb, potente industria farmaceutica. Io odiavo quel Babbo Natale perché mi terrorizzava.

Quindi, quando dovevo fare quell’accidenti di foto in braccio a lui armavo un casino che la metà bastava. Mio padre, che non aveva un’indole conciliante e comprensiva, s’incazzava per i miei capricci che gli facevano fare una brutta figura davanti ai colleghi, e mi fulminava con lo sguardo, per poi sibilare minacce tra i denti e nominare qualche divinità, ma non per ingraziarsela. Poi ritiravamo il pacco offerto dall’azienda e tornavamo a casa in silenzio. 

Anni dopo, il Natale assunse tutto un altro aspetto: festoso, allegro e profumato. Eravamo molto legati ai nostri dirimpettai, una famiglia mix formata da Valerio, romano de Roma, nato a Borgo Pio, quartiere adiacente a San Pietro, professione barman, e Ines, friulana doc, nata a Pordenone, casalinga ex ristoratrice nel locale della sua famiglia su al nord. Avevano due figli: Laura, mia coetanea, e Luca, più piccolo. Laura e io siamo cresciute insieme, ma io ero più monella mentre lei più seria e responsabile. Anche perchè, quando i suoi presero un bar dove iniziarono a lavorare entrambi dall’alba alla sera inoltrata, lei dovette crescersi da sola il fratellino e questo la rese adulta prima del tempo.

Insomma, il 25 dicembre ci riunivamo tutti insieme, noi (io, mia sorella e i genitori) a casa dei nostri vicini o viceversa. Mio padre era incazzato già dal giorno prima, perché detestava le feste e le riunioni familiari. Ma a nessuno importava: eravamo tutti elettrizzati all’idea di condividere un pranzo smisurato, tra risate, battute e vino buono. Più spesso, andavamo noi dai dirimpettai che, pur se stremati da una settimana di lavoro intenso al bar, incredibilmente si rilassavano cucinando per tutti. Era bello stare con i vicini, in un’atmosfera serena e un po’ brilla, tanto che a mio padre passava presto l’incazzatura e si univa ai brindisi e alle risate. Piatti immancabili del menu dei vicini erano le fettuccine al ragù e l’arista di maiale al latte con piccoli funghi interi cotti al forno, più altre seimila pietanze che apparivano qua e là durante il pasto. Nel tempo, si aggiunsero alla tavolata Benedetto, il compagno di Laura, e Riccardo, il mio. 

Seguivano poi mandarini e frutta secca, e quindi una quantità inverosimile di dolci: i vicini, avendo un bar, portavano al pranzo di Natale le novità del momento. Per primi, forse, abbiamo assaggiato i torroncini Condorelli e il panettone Le Tre Marie, marchi allora sconosciuti a Roma. E poi, l’apoteosi della leccornia natalizia era il torrone Feletti, fatto a Pont Saint Martin, in Valle d’Aosta, con cioccolato e nocciole di una bontà assoluta. Valerio poi sfoderava l’arma finale: una serie di liquori speciali che, da esperto barman, conosceva solo lui, tra cui primeggiavano le grappe artigianali. “Questo lo dovete assaggiare!” diceva, versando nei bicchierini il distillato da provare. Il tasso alcoolico era elevato, ma nessuno stava male. Al massimo ridevamo un po’ di più. Poi Ines caricava varie macchinette del caffè che serviva in graziose piccole tazzine del servizio buono.

Poi si passava ai giochi delle feste. A mercante in fiera, Valerio era il Mercante e conduceva il gioco in maniera spassosa e avvincente. Forse era proprio quello il momento più divertente della festa. A sette e mezzo vinceva quasi sempre Ines, che chiedeva al Banco la sua carta di gioco coperta, scoprendo quella che aveva. “Cinquanta lire e carta coperta!” diceva, e ci potevi scommettere che sarebbe stata la Matta, ovvero il Re di Denari. Un altro giro di caffè e di torrone Feletti accompagnava quel paio d’ore di giochi natalizi.

Mio padre è morto tanti anni fa, per una cardiopatia complicata da una Epatite C mai rilevata. Lo stroncò un’ascite inarrestabile. Anche mia madre è morta per  Epatite C che le ha compromesso fegato e pancreas e se n’è andata per coma diabetico: una varice esofagea le si è aperta e l’ha soffocata. Probabilmente entrambi avevano contratto la C in ospedale, durante degli interventi. Valerio è morto da diverso tempo. Un tumore allo stomaco se l’è portato via in due anni, fino a ridurlo al lumicino. Ines ha perso la memoria. Esce solo con la badante perchè potrebbe smarrirsi anche sotto casa. Però sorride sempre. Benedetto è morto un anno fa, per un cancro alla tiroide al quale ha sempre sorriso, per non dargliela vinta nemmeno all’ultimo respiro.

Non c’è più nemmeno il torrone Feletti: la ditta è fallita e lo stabilimento con i macchinari è stato rilevato da una holding olandese. 

Blog

La volta che parlai con la Carrà

raffaella

Era difficile schiodarmi dalla mia scrivania: se c’era da fare una intervista ci mandavo i collaboratori. Non m’importava niente di conoscere cantanti, attori, stelle della tv. A me interessava solo avere l’articolo da pubblicare, senza perdere tempo a parlare con l’artista. E poi temevo che se fossi uscita un paio d’ore per andare a fare l’incontro, l’avrei pagata in termini di lavoro accumulato da smaltire. In realtà non ero capace di organizzarmi o di fare la tipa che gira col registratore sgomitando e poi si fa strada nell’ambiente (e magari trova un altro posto di lavoro). No, io me ne stavo incollata alla sedia, in redazione fino alla morte. Al massimo, le interviste le facevo al telefono. 

Una volta però contravvenni a questo mio stupido comandamento e osai uscire dalla tana per andare a fare un incontro eccezionale. La casa discografica BMG presentava l’album “Fiesta – I Grandi Successi” realizzato per celebrare i 30 anni di carriera di Raffaella Carrà. Alla presentazione ci sarebbe stata LEI in persona! Io ho un’adorazione per Raffa, è la diva pop per eccellenza, la stella che ha conquistato il popolo. Più pop di così! Gli abiti luccicanti, i balletti scatenati, le canzoni sfacciate e un po’ assurde, il caschetto biondo liscissimo,  i suoi modi simpatici e schietti… Cavolo, non potevo perdermela

L’evento si sarebbe tenuto all’Auditorium Rai del Foro Italico. Entrai un po’ emozionata. Trovai un posto abbastanza vicino al tavolo dove si sarebbe sistemata LEI per la conferenza stampa. Però ero arrivata presto, così approfittai per fare un giretto in quel posto famoso dove si registrava “Carràmba che sorpresa”. Salii una scala e… da quella scala scendeva LEI, in un abito rosso fuoco, capelli perfetti, carisma a diecimila, aura di magia. Riuscii a dirle solo “Buongiorno!” e lei rispose “Buongiorno” col tono professionale di chi, di buongiorni, ne dice almeno seicento al giorno.

Durante la conferenza, LEI parlò della sua carriera e delle sue canzoni. I giornalisti le facevano domande intriganti e tecniche. LEI rispondeva educatissima e sorridente. Perfetta. Presi il coraggio a due mani e riuscii a fare anch’io una domanda. Mi presentai, la informai che lavoravo per una rivista per teen agers e le chiesi: ” Signora Carrà, cosa prova ad essere un modello per tante giovanissime che sognano di diventare come LEI, famose e amate in tutto il mondo?”. Il riferimento alle ragazzine le piacque e si disse orgogliosa di rappresentare un esempio per loro. Me ne tornai in redazione felicissima, stringendo la statuetta di Raffaella che mi aveva dato Antonietta, la discografica della BMG, insieme a una copia del cd.

Uau! Avevo parlato con la Carrà (e lei mi aveva pure risposto)!

Blog

Il chitarrista del mio cuore

mark-knopfler-1

Ho sempre amato la musica: da ragazzina restavo incollata alla radio per ascoltare Per Voi Giovani, SuperSonic-Dischi a Mac 2, PopOff, ma anche Hit Parade di Lelio Luttazzi. La mia bibbia era Ciao 2001. Mentre le mie coetanee sospiravano con Questo piccolo grande amore di Baglioni, io a 12 anni ascoltavo Stairway to heaven dei Led Zeppelin. Non ero tanto normale. Avevo tappezzato la mia stanza di foto di Peter Gabriel e David Bowie. Per i Genesis ho avuto subito un amore smisurato, per Ziggy Stardust una vera passione. Amavo gli America, gli Eagles, Simon & Garfunkel  ma sopratutto Crosby, Stills, Nash e (tantissimo) Young. Suonavo le loro canzoni alla chitarra, con risultati discutibili.

Verso i vent’anni mi folgorai per una band inglese che scoprii alla fine del ’79, i Dire Straits. Persi la testa per la loro musica e per il loro frontman, Mark Knopfler, chitarrista sopraffino dal tocco morbido e la voce seducente. Comprai i loro album e li consumai sul giradischi, imparai le canzoni a memoria, cercai materiale e interviste su di loro.

Un giorno il mio amico Simone, che faceva la guardia giurata alla Rai, mi spifferò che i Dire Straits erano attesi come ospiti a Disco Ring e che sarebbero passati dall’ingresso di Via Teulada. Mi disse di andare, che avrebbe trovato il modo di farmeli incontrare. Ero emozionatissima, mi piazzai all’ingresso della Rai insieme a un mucchio di ragazze impazienti ed eccitate. Prima dei Dire Straits, arrivò un’altra band a me sconosciuta: erano dei ragazzi molto belli, stilosi, altissimi (tranne uno). Erano i Duran Duran ma, dato che io ancora non li conoscevo, li feci passare senza troppo interesse.

Poi arrivarono i Dire Straits. Io vidi solo lui, Mark Knopfler, di cui ero innamorata persa. Altissimo, elegante, cortese, si fece largo nella calca con il carisma di un messia. Io lo avvicinai, gli dissi Mr Knoplfer, you are the best” e gli strinsi la mano. Mentre tutte le ragazze intorno si facevano fare un autografo, io rimasi pietrificata a fissare il “chitarrista del mio cuor” che entrava negli studi lasciando dietro di sé una scia di piccole note scintillanti. O almeno così mi sembrò.

Lo vidi in concerto due anni più tardi, all’Ippodromo delle Capannelle, in un live epocale di cui ho un ricordo vivido: mi parve di cadere in una specie di trance mistica alla prima canzone, “Once upon a time in the west”, dalla quale mi ripresi solo dopo le ultime note del pezzo ci chiusura, “Local Hero”. Per tutto il live ero stata a pochi metri da Mark, sotto il palco, a fissarlo adorante, mentre lui accarezzava la sua Fender rossa e bianca. Sono sicura che quell’8 luglio 1983 lui abbia suonato solo per me. 

Oggi è un anziano signore di 72 anni che suona ancora come un giovincello. 

Blog

La mia amica geniale

io e stella piccole

Quando mi hanno licenziata, nel 2009,  mi sentivo come se mi avessero menato un paio di picchiatori professionisti. Dolorante e intontita. Ho passato settimane in sospensione, cercando di riacchiappare i pezzi della mia vita per ricomporli. Poi è arrivata la mia Amica. E’ un’Amica di quelle amiche così fighe che quando le stai accanto diventi una specie di entità trasparente. Ma non te ne importa, perchè la tua Amica è davvero così figa che t’illumina con la sua luce e ti fa diventare visibile. Non tanto perchè sia bellissima, ma per la sua forza interiore, la sua capacità di emergere dalla massa, la sua geniale indole artistica e la sua irresistibile simpatia. Io stavo uno schifo, lei mi ha raccattata e mi ha dolcemente coinvolta nei suoi progetti artistici.

E comincia per me un’avventura che mai avrei immaginato di poter vivere. Assisto, giorno dopo giorno, alla costruzione di un giovane artista, già dotato di suo di un talento smisurato ed una personalità carismatica, ma acerbo, impreparato, spigoloso. L’Amica lo plasma, lo forgia, lo allena, lo sgrida e lo loda, gli insegna a cantare, a muoversi, a vestirsi. Gli scrive le canzoni. Poi c’è l’Autore che, seduto al pianoforte, crea melodie e compone musiche per il Ragazzo. Lo prepara a partecipare alle selezioni per un talent show. Il Ragazzo ha il numero 12501. Non solo  passa tutti i provini, ma vince quell’edizione. E quindi va a Sanremo.

Piero, Marco, Massimo, Stefano, Silvia, Stella e io prima di Sanremo 2010

Il team di lavoro si mette all’opera, le canzoni probabili sono diverse, poi si riducono a due. Un pomeriggio si decide di mettere ai voti quale brano presentare al festival. Votiamo tutti, produttori, editori, musicisti. Io scelgo quello più melodico, troppo prudente come al solito. Vince la canzone più forte, più grintosa, più innovativa. E’ “Credimi ancora”. La mia amica assiste il ragazzo fino a un secondo prima che entri in scena e gli trucca gli occhi con  la matita nera. Lui arriva sul palco dell’Ariston con un fascino speciale e incanta tutti. Arriva terzo. Un trionfo. 

Stella, Zed, io, Piero

Si girano i video, la mia Amica li pensa e li fa realizzare. Si organizzano i concerti, sold out ovunque, e la mia Amica vuole fare degli eventi speciali ad ogni data: pensa di far arrivare un ospite a sorpresa sul palco. A sorpresa soprattutto per il Ragazzo, che non immagina chi salirà accanto a lui. Mi do da fare per coinvolgere altri artisti. Convinco Alex Britti a Roma, che entra suonando la chitarra. E invito Tullio De Piscopo a Napoli, che si siede alla batteria e trascina tutti a ballare e cantare. Penso di non essermi mai divertita in vita mia come in quei giorni. 

Ma il Ragazzo, diventato una star, fugge verso qualcosa di più “istituzionale”. La mia Amica ci sta male. Ma volta pagina e ricomincia a lottare, a pensare, a inventare. Decide di produrre una boyband, ma questa è un’altra storia. E un giorno, all’improvviso, l’Autore vola lassù, a comporre canzoni per qualcuno di molto, molto importante. L’Amica piange tutte le sue lacrime ma reagisce con la tenacia di una quercia durante una tempesta che vorrebbe strapparle le radici. Come fa sempre. Per questo è Amica mia.