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Se rinasco, ovvero lista delle cose che farò nella mia seconda vita

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Escludendo che io mi sia comportata così male che lassù decidano di farmi rinascere pollo di allevamento, baco da seta, aragosta o altro animale destinato al martirio, ho una serie di indicazioni da dare per quando rinascerò nel mio secondo giro di giostra come essere umano.

  1. Se rinasco voglio studiare fisica, astronomia e informatica e diventare astrofisica, come Margherita Hack. In alternativa, voglio diventare geologa, tipo Mario Tozzi. Questo sempre che nella mia nuova vita ci capisca qualcosa di matematica e di scienze.
  2. Se rinasco voglio essere magra di natura e non passare un’infanzia da bambina cicciona e un’adolescenza da teenager tondetta come sono state le mie. Nella mia seconda vita mangerò come le tipe che dopo un terzo di pizza dicono “Sono pienissima!” e lasciano i due terzi rimanenti nel piatto.
  3. Se rinasco voglio viaggiare da ragazza, così da vedere il mondo in maniera avventurosa e incosciente. E con un paio di amiche, senza per forza un fidanzato accanto.
  4. Se rinasco voglio studiare il pianoforte. Quanto invidio chi sa suonarlo! Non ne vorrei fare una professione, ma un divertimento personale, un modo elevato ma lieve di vivere la musica. Leggere uno spartito e suonarlo dev’essere entusiasmante.
  5. Se rinasco voglio i capelli lisci scuri e gli occhi verdi, oppure i capelli lisci biondi e gli occhi castani. Insomma, basta che i capelli siano lisci, sugli occhi posso trattare.
  6. Se rinasco voglio avere un cavallo e imparare a cavalcare. Ho sempre amato i cavalli, fin da quella (unica) volta che i miei mi portarono sui consunti pony di Villa Borghese.
  7. Se rinasco voglio avere la passione per lo sport e il movimento come la mia amica Gloria. Lei va in bici, gioca a tennis e balla. La mia unica attività fisica è portare a spasso i cani. E si vede.
  8. Se rinasco voglio avere dei bambini. Ma voglio vivere la mammità come la mia amica Valentina, che ha tre figli di cui due circa ventenni e una settenne ed è sempre rilassata e mai ansiosa, in jeans e Converse, bella come una teenager. E ha pure due cani.
  9. Se rinasco voglio essere sicura di me. Va bene “abbi dubbi”, ma ho passato una vita ad avere dubbi su me stessa senza mai sentirmi in grado, all’altezza, degna di. L’autostima, nella mia prossima vita, sarà una certezza. Altrimenti non mi prendo nemmeno la briga di rinascere.
  10. Se rinasco, non voglio più sognare di rinascere per fare cose che non ho saputo fare. Se rinasco, sarò felice della mia nuova vita e non chiederò di più.
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Ma quanto erano fighi gli anni Ottanta

Gli anni 80 cominciarono con un programma che ho amato infinitamente. Era “Mister Fantasy”, andava in onda il martedì sera dopo le 23, lo conduceva il grande e coltissimo Carlo Massarini, bello e perfetto nel suo look total white. La trasmissione proponeva musica da vedere, ovvero i primi video musicali che cominciarono a diffondersi in quel periodo. E come corollario, tutta l’estetica glam e new romantic che caratterizzava le star di allora.

Gli anni ’80 iniziavano così. Li ho amati per la loro carica di esagerazione, di make up su maschi-femmine-altro, di pizzi, croci, raso, capelli gonfi, spalline. Dicono che siano stati anni stupidi, che non hanno dato nulla alla musica. Falso. Hanno dato il coraggio di osare, di sperimentare, di abbattere le barriere, di essere diversi facendone una sfida.

Chi avrebbe ora l’ardire di provocare come Boy George? E chi avrebbe la sfacciataggine di Madonna, non solo di farsi chiamare come una nota esponente del gotha celestiale, ma di ricoprirsi di croci mentre manda messaggi hot? Oggi chi avrebbe voglia di indagare suoni nuovi come i Depeche Mode, che mettevano il rombo di un motore o il suono di un vetro che si rompeva nelle loro canzoni?

Oppure l’impudenza di puntare sull’aspetto da bellissimi come i Duran Duran, che comunque sono ancora qui e fanno una gran musica. Bellissimi pure gli Spandau Ballet, figli di operai che cantavano di madri con le rughe dei sacrifici sul volto. Gli anni 80 hanno lasciato bellissime canzoni che infatti si ascoltano anche oggi. Tantissimi brani sono raccolti nelle innumerevoli compilation di “One Shot 80” che, purtroppo o per fortuna, ascolto ancora.

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La cotta (proibita) dei miei 16 anni

A 16 anni ero scema. Oddio, pure oggi non scherzo, ma a quell’età per me c’era solo lo studio (dove non eccellevo), la musica rock (avevo la radio sempre accesa) e la mia amica Laura. La sua famiglia era nostra dirimpettaia, quindi io e lei siamo cresciute insieme (lei meglio, però).

Un’estate i miei tentarono la mossa di mollarmi alla famiglia della mia amica per una vacanza in Friuli, terra originaria della mamma di Laura. Era l’agosto 1975. I suoi genitori abboccarono e mi si caricarono, con l’idea che avrei fatto compagnia alla loro ragazzina.

Arrivammo nella piccola cittadina della mamma di Laura, Pordenone. Carina, pulita, un gioiellino. Lì conoscemmo una ragazza che lavorava nella lussuosa profumeria della zia di Laura. Era molto simpatica e decise di far conoscere “le romane” ad alcuni suoi amici.

Tra di loro c’era lui. Si chiamava Giorgio, 25 anni. Nove più di me, un’enormità a quell’età. Io avevo avuto un solo fidanzatino, Filippo, a nemmeno 14 anni, una cosina piccina da scout puri e rigorosi. Quel friulano mi tramortì.

Aveva una Ducati gialla e una Dyane rossa, mezzi di locomozione allora iconici. Fumava le Gitanes, naturalmente. Aveva un tono di voce basso e caldo e uno sguardo che mi ipnotizzava. Parlava di anarchia, rivoluzione, poesia e io m’innamorai come può farlo una ragazzina: follemente.

Scappavo dalla casa della mamma di Laura per stare con lui – e alla fine mi beccai un cazziatone che la metà bastava. Ma ero pazza d’amore – a quell’età è così, o perdi la testa o non ne vale manco la pena.

Evidentemente conscio che, se toccava la minorenne romana, andava dritto in galera, il ragazzo non andò mai oltre i baci e gli abbracci, nemmeno quella volta che mi invitò a casa sua (col senno di poi, rischiai non poco: ma allora non me ne rendevo conto).

Il mio giovane uomo friulano mi portava in moto a vedere i dintorni e poi ci fermavamo a chiacchierare sdraiati su un prato. Aveva una compagna, naturalmente. Di questa ragazza non m’importava niente, con l’indifferenza dei sedici anni.

Nei suoi bigliettini zeppi di dolci parole mi chiamava la “ragazzina dai capelli ricci”, la “romana che… sbam!” e si firmava C.A., ovvero “Conte Arrugginito”. Citava André Breton e Paul Eluard, di cui mi scrisse la poesia “Libertà” (io ignoravo chi fosse e rimasi folgorata).

Su i quaderni di scolaro
Su i miei banchi e gli alberi
Su la sabbia su la neve
Scrivo il tuo nome (…
)

Sul mio cane ghiotto e tenero
Su le sue orecchie dritte
Su la sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome (…
)

E in virtù d’una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti Libertà.

e mi citò la frase di Thoreau (che io ignoravo/bis) riferendola a se stesso.

Se un uomo non tiene il passo con i compagni, forse questo accade perché ode un diverso tamburo. Lasciatelo camminare secondo la musica che sente, quale che sia il suo ritmo o per quanto sia lontana.

Figurarsi a 16 anni che effetto poteva farmi! Piansi tutte le mie lacrime (e anche di più) quando venne il momento di dirsi addio perchè dovevo tornare a Roma.

Mi scrisse tante lettere che conservo con cura, zeppe di baci, di “se”, di “ma”. “Cosa ti resterà di me – scriveva – piccolo coniglietto innamorato?”. Il coniglietto era riferito ai miei incisivi da roditore che in effetti mi davano un look più da criceto che da lapin.

Ci sentimmo un paio di volte per telefono. Allora non c’erano i cellulari e Giorgio mi chiamò a casa, suscitando le ire di mio padre: “Chi è questo che si permette di chiamarti??”. I genitori di Laura gli avevano riferito della mia sbandata per uno molto più grande di me. Papà, siciliano incazzoso, avrebbe voluto ammazzarlo via telefono. Io, nel frattempo, piangevo.

Un anno dopo Giorgio mi scrisse che aveva lasciato il lavoro – faceva l’infermiere, o almeno così mi aveva detto – e si era aperto un negozietto a Pordenone dove vendeva oggetti di artigianato in pelle. La storia con la sua ragazza si era chiusa. Ma io intanto veleggiavo verso altri lidi. E non immaginavo quanto sarebbe stato tragico l’ultimo atto del “Conte”.

Un giorno mi arrivò la notizia che Giorgio era morto in un conflitto a fuoco con la polizia: non era chiaro se fosse implicato nelle Brigate Rosse o coinvolto in brutte storie di eroina. Ipotesi entrambi plausibili, erano gli anni del terrorismo e della droga pesante. Non provai nulla. Per me faceva parte del passato remoto. E tutto l’amour fou si era dissolto.

Però oggi, a distanza di millenni, mi emoziona rileggere le sue lettere e mi fa tenerezza quella ragazzina scema e disperatamente cotta del romantico “Conte” friulano.

Foto di apertura tratta dal web

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Gli amici diventano nonni (ma è andata così)

Succede sempre più spesso. Mi arriva un messaggio da una/un amica/o con una scia di cuoricini per comunicarmi che la figlia (o il figlio) aspetta un bambino. Di conseguenza l’amica/o diventa nonna/o. E ha la mia età.

Sono quei momenti in cui, come nei film, mi passa davanti agli occhi la mia vita. A un certo punto ho deciso di volere un figlio senza volerlo sul serio. Ci ho comunque provato lasciando fare alla natura, che però si è rifiutata di compiere il suo dovere. Ho cercato di convincermi che dovevo avere un figlio e ho deciso di averlo con analisi dolorose e punture di ormoni, prescritte da medici che mi guidavano verso costosi interventi di fecondazione assistita. Ho pianto molto e poi mi sono arresa. Ho sanguinato talmente tanto che mi hanno ricoverata in ospedale per dieci giorni.

Non si può volere una cosa senza volerla sul serio. Non ci si può allineare a un modello se dentro non si ha nulla in comune con esso. Hai voglia a cercare ‘sto senso materno, io non l’ho mai trovato. Non ho mai avuto il batticuore a guardare un neonato o un bambino piccolo. Nessun impulso alla tenerezza, nemmeno a una carezza. Ho pensato che forse mia madre non mi avesse passato quest’attitudine femminile. Ma perchè dare la colpa a lei? E poi mia sorella aveva avuto una figlia. Quindi il guasto ce l’avevo io, il meccanismo inceppato era roba mia.

Poi mi è arrivato addosso il treno della sclerosi multipla. Che peraltro non mi avrebbe impedito di avere bambini. Ma era una buona scusa. E poi avevo già quarant’anni. Eppure come può una donna non sentire l’urgenza irrefrenabile di fare un figlio, oltretutto avendo accanto un uomo gentile e amorevole?

Già. Come può? Quale aridità d’animo nasconde? Quale assenza di sentimenti? E quale potentissima forza le ha bloccato il processo naturale che fa andare avanti il mondo e la natura stessa?

MI trovo ora a guardare con una punta d’invidia gli amici che si commuovono per i figli che si laureano, che fanno il lavoro dei loro sogni, che li rendono nonni e proseguono la specie.

Chissà cosa avrei provato io, a vedere un figlio che si realizza.

foto di Keenan Constance su Pexels.com

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Che resterà dei nostri amori?

California Kiss, Santa Monica, 1956 – Elliott Erwitt ©Magnum Photos

Que reste-t-il de nos amours? è una canzone francese del 1942 di Charles Trenet. Mia mamma, che amava cantare, ogni tanto la intonava quando – forse – si sentiva un po’ malinconica. Questa canzone ce l’ho in testa da stamattina, si è affacciata con garbo e mi ha accompagnata per tutto il giorno.

E così mi sono chiesta Che resterà dei nostri amori? Non poco, credo. Io ce li ho scolpiti dentro. Se mollo un po’ la presa, posso lasciarmi andare a un’ondata di ricordi che mi riaccende quel “frìccico nel còre” sepolto sotto gli anni, la polvere, i dolori, le necessità.

E’ questa la grande ricchezza che mi hanno lasciato i miei amori. Indomiti luccicanti ricordi che arrivano in soccorso quando la mente scivola in una selva di pensieri che feriscono. Mi piace ripensare alle risate, alla musica, alle sciocchezze, ai bigliettini, al batticuore, agli sguardi, agli abbracci, al piacere.

Niente di speciale, niente di unico. Cose banali, comuni a tutti, ma molto preziose per me, perché sono ancora in grado di riaccendere quella fiammella che basta soffiarci sopra e scompare, ma invece è sempre lì, birichina e ammiccante, pronta a raccontarmi di quanto la passione non la puoi fermare con niente, che nemmeno la marea a Venezia, altro che Mose. E di quanto sia stato illuminante e appagante averla provata, assecondando la corrente.

Di quegli amori – che avevano l’allegra irruenza di un torrente di montagna – resta la purezza, l’incoscienza, lo stupore, la bellezza. E’ un patrimonio gigantesco, una riserva di magnifici istanti che sono lì a brillare quando dentro si fa buio.

Avalon Jazz Band, Que reste-t-il de nos amours? (Charles Trenet), 2015, video da youtube
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La discesa saponata

Alyssa Monks, “Stare”, olio su tela, 2010

Ho un’amica brillante e intelligente che ha un senso dell’umorismo sottile e pungente. Si chiama Evelina e ha coniato un modo di dire perfetto per descrivere il passare del tempo. “Stai sulla discesa saponata, scivoli giù e non trovi appigli per bloccarti”.

La discesa saponata è la perfetta metafora dell’invecchiamento, ovvero quello stato in cui ormai ti è scaduta la garanzia e non trovi neanche più i pezzi di ricambio. La discesa saponata si fa concreta quando ti guardi allo specchio e sussulti pensando “Ma che cazz… quella sono io?”. Ti tiri su le guance con le mani e ravvisi in quella faccia qualcosa di te ragazzetta, lo sguardo acceso, la bocca morbida. Poi molli la presa e la tua faccia ricorda il crollo di una diga, come cantava De Gregori.

La vecchiaia – ed è questo il nome, inutile girarci intorno – ti avvolge giorno dopo giorno, con la ferrea ineluttabilità del passare del tempo. E somiglia a una di quelle creature orrende che solo la mente di Stephen King può immaginare e descrivere. Hai voglia a mettere creme costose, la forza di gravità chiede il suo tributo ogni giorno. La chirurgia, le punturine? Mezzucci che ti rendono il viso gommoso e irreale – e qui torniamo ai mostri dello scrittore del Maine.

Col tempo io ho cambiato colore, forma, densità. Come diceva Piero Pelù. Il carattere no, è rimasto duro e ombroso, con la differenza che ora mi scatta il “chi se ne frega” con una frequenza estrema. E’ un “chi se ne frega” che si estende a tutto, agli altri, al mondo, a me. E’ una freddezza interiore che si espande come il ghiaccio nel mondo di “Snowpiercer”. E’ brutta. E’ la scomparsa delle emozioni.

Se su “Google Immagini” si cerca “donna vecchia” escono delle foto terrificanti. Volti devastati nella pelle e nella struttura ossea che vanificano i commenti come “è la saggezza che si manifesta” o “è il segno dell’esperienza”. Di Benedetta Barzini ce n’è una. Inoltre con l’avanzare del tempo uomini e donne si somigliano, si confondono, perdono i connotati che li identificano. E per noi c’è di più, perchè la natura ha pensato bene di farci fuori dal giro in maniera più che evidente. I nostri “paesi bassi” progressivamente si cancellano, si sfaldano, si modificano e chiudono col mondo molto prima che chiuda tu. Per la gioia dei produttori di dispendiose creme specifiche per idratare e lubrificare la zona morta.

Ho esagerato? Si può rimediare a tutto questo? Non lo so e non me ne frega niente. Meglio un bicchiere di vino rosato del Salento a 10 gradi.

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Ho studiato con Indiana Jones

Quando mi sono iscritta alla facoltà di Lettere avevo quel gradevole senso di fallimento che mi accompagnava sin da allora (e che non mi ha mai lasciata, ormai è una relazione consolidata). Il motivo? Avevo già provato con Sociologia, non capendoci nulla, e dopo aver buttato un anno tentando di entrare nel mood di Ferrarotti, mi arresi. Sociologia non faceva per me.

Ripiegai su Lettere, ben lungi dal sognare di studiare la storia medievale o la filologia romanza. Avevo adocchiato alcune materie che mi attraevano di più: Antropologia culturale, Etnologia, Religioni del Vicino Oriente Antico, Storia delle Religioni, Religioni dei Popoli Primitivi. Tutte ‘ste religioni non erano dovute al fatto che io fossi credente (non lo sono) ma alla mia curiosità per il modo in cui gli uomini s’inventavano pantheon e aldilà.

Cosa ci avrei fatto con questo indirizzo di studi? Niente, ovviamente. Ma mi pareva super affascinante. Superai due annualità di Antropologia con Cirese, Etnologia con Signorini e varie altre materie tipo Storia del Teatro e dello Spettacolo o Storia del Cristianesimo. Quando approdai alla cattedra di Religioni dei Popoli Primitivi ebbi l’illuminazione, come Jake e Elwood di fronte al reverendo Cleophus James. Era quella la MIA materia!

Il professore ordinario era Gilberto Mazzoleni, uno studioso timido, simpatico e un po’ fuori di testa, storico delle religioni di enorme sapienza. Aveva fatto missioni in America Latina e in Scandinavia, e io beccai le lezioni sui Sami, popolazione della Lapponia. Decisi che mi sarei laureata con lui. Così divenni una studentessa-habitué del dipartimento e iniziai a seguire i seminari di un assistente di Mazzoleni che si chiamava Gerardo Bamonte.

Biondo, non molto alto, barba da esploratore e occhi azzurrissimi, Gerardo divenne il mio mentore e la mia guida nell’affascinante mondo dell’etnologia letta attraverso gli studi storico-religiosi. Simpatico e coltissimo, era stato dovunque ci fosse una popolazione indigena: in Africa, in Asia, in America Latina. Parlava quattro lingue più un po’ di quechua e si occupava di noi studenti come un capo scout segue le sue squadriglie.

Ascoltare le sue lezioni e i suoi racconti era bellissimo, sembrava di vederlo farsi strada nella foresta Amazzonica o nelle paludi del Bengala. Era un convinto sostenitore del diritto all’autodeterminazione di tutte le popolazioni indigene. Abitava a Piazza Verbano e girava su un’impolverata Land Rover anni 60 molto cool sulla quale sono salita una sola volta, aspettandomi di vedere il cappello e la frusta di Indiana Jones sul sedile posteriore.

Gerardo coinvolse alcuni di noi studenti nella creazione di una biblioteca che chiamò Centro Studi Amerindiani, presso la fondazione Lelio Basso in via della Dogana Vecchia, al centro di Roma. Fu il mio primo piccolo lavoro retribuito. Pochi soldi, ma ero felice. Con la prima paga mi comprai un paio di occhiali da sole Persol, molto fighi. Facevo l’archivista bibliotecaria dei materiali sugli indios (riviste e libri) insieme ad un collega di corso, Davide, sotto la supervisione di Gerardo, che mi chiamava “Mon petit chou” quando non capivo qualcosa o combinavo qualche pasticcio.

Mi laureai con la Cattedra di Religioni dei Popoli Primitivi con una tesi intitolata “La ricerca dell’Eldorado: analisi di un fenomeno mitopoietico tra ‘500 e ‘600”, che se provo a rileggerla ora non la capisco. Beccai un 110 e lode credo in base alla fiducia e all’affetto che c’era con Mazzoleni e il suo staff. Non vidi mai più Gerardo. Ho scoperto sul web che se n’è andato nel 2008.

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Mi piace/Non mi piace

Vignetta di Massimo Cavezzali, dal web.
Cavez ti adoro (e lo sai)

Direte che sto sempre a rimestare nel pozzo dei ricordi e in effetti è un po’ così. Nella rivista settimanale per teenager che ho fatto per vent’anni c’era una rubrichetta di una pagina che si intitolata “Ci piace/Non ci piace”. Consisteva in un elenco di cose che le ragazzine apprezzavano o detestavano, tipo Mi piacciono le spalline/Non mi piacciono i colori spenti oppure Mi piacciono i baci/Non mi piacciono le discussioni.

Chissà come sarebbe ora quella rubrichetta. Ci pensavo ieri e riflettevo che fare una lista di cose gradite e non amate sarebbe divertente. E quindi… i dodici MP/NMP del mese.

MI PIACE

  • L’odore della mia cana bassotta Spilla, un misto di biscotto Gentilini e salame Milano.
  • L’odore dell’aria fresca del mattino presto, quando devo uscire alle 6 e mezzo ma prima passo al bar per un caffè.
  • Leggere la sera tardi raggomitolata nel letto.
  • Ascoltare musica anni 80 (ma anche 70 e 60) a volume alto.
  • Fare il pisolino pomeridiano dalle 14,30 alle 15 (con cani accollati).
  • Ridere con gli sketch di Lillo e Greg.
  • Guardare le serie assurde. Ora sono in fissa con Snowpiercer e American Gods.
  • Andare al Teatro Sistina a vedere i musical (quando si potrà).
  • Passeggiare in montagna.
  • L’angolo tondo della pizza bianca.
  • I messaggi inaspettati e carini su whatsapp.
  • Cantare pezzetti di canzoni saltando da un brano ad un altro mentre riordino casa.

NON MI PIACE

  • I cacciatori e i bracconieri.
  • La trap, il rap, l’autotune, il reggaeton.
  • La carne e tutto ciò che è stato vivo e finisce nel piatto.
  • Misurarmi le cose dello scorso anno e vedere che mi stanno strette.
  • Farmi prendere dalla pigrizia.
  • Vedere la ricrescita grigia dei capelli.
  • Fare i bilanci. Ce n’avessi uno positivo, oh.
  • I dolci con la glassa di zucchero.
  • I posti affollati e la metropolitana.
  • Chi guida guardando il cellulare.
  • Il tartufo e l’odore che ha.
  • L’orrido sogno ricorrente in cui continuo a lavorare pur sapendo che sono stata licenziata, oppure vedo tutti gli altri che lavorano e mi guardano con imbarazzo perchè sanno che sono stata licenziata. Argh!

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Pandemic blues

Non è che prima conducessi una vita affollatissima di incontri, impegni, cene, appuntamenti, feste, aperitivi eccetera. Quando tutto è cominciato ero già un’orsa, oltretutto pigra, quindi mi sono detta: vabbè, il lockdown mi fa ridere, io sono già lockdownata di mio; di incontrare le persone non m’importa molto, aperitivi zero, le amiche le sento su whatsapp. In pochissimo tempo però ho amplificato la mia istintiva ritrosia verso il prossimo, la naturale tendenza a stare lontana dalle persone, lo spontaneo passo indietro di fronte al mondo. Si è aggiunta l’occhiataccia di riprovazione a chi non la mascherina, la tiene abbassata sul mento o ce l’ha sotto il naso. Ho sfiorato la rissa quando, al supermercato, ho richiamato all’ordine una tipa che ciarlava al cellulare con la mascherina tirata giù sul collo.

La pandemia mi ha resa ancor più solitaria. La mia innata asocialità si è beata della forzata lontananza dalla “gente”. Aggiungiamoci poi che sono un filino ipocondriaca – ma avendo una patologia autoimmune forse un po’ mi è concesso – ed ecco che questa maledetta “peste del 2021” ha tirato fuori il peggio di me.

Ad esempio, odio quando qualcuno tocca le mie bassotte: avrà le mani pulite? Si sarà disinfettato? Perché non tocca i cani suoi e lascia stare i miei? “Scusi, ora devono mangiare”, dico anche se si sono appena spazzolate due ciotole piene, e le sottraggo alla mano sospetta. Quando mi capita di parlare con qualcuno, indietreggio lentamente ma inesorabilmente fino a rendere inutile la conversazione. Ovviamente sto a casa il più possibile.

Dopo un anno di mascherina-e-amuchina, mi è arrivata la tristezza, il pandemic blues. Un sentore di inutilità in ogni cosa che faccio, compreso questo blogghino. Sarà che mi è diminuito il lavoro, sarà che sto invecchiando, oppure che anche l’allegria si è chiamata fuori per evitare contatti, ma… there ain’t no cure for the pandemic blues.

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I miei film necessari

Ho una manciata di film del cuore che posso rivedere anche mille volte. Eccoli, in ordine casuale e non di preferenza: li amo tutti.

«Fragole e sangue», 1970. Che bella la contestazione giovanile americana, le occupazioni, il college pieno di studenti rivoluzionari innamorati! E che commozione la scena finale, con l’irruzione della polizia mentre i ragazzi inermi cantano «All we are saying… give peace a chance!». Quanto ho pianto!

«Il Laureato», 1969. Da questo film è nato il mio amore per Dustin Hoffman. Il ragazzo che deve inserirsi nella vita normale ma s’innamora della figlia e si fa sedurre dalla madre è una storia assurda ma plausibile. Musiche immortali di Simon e Garfunkel. Di Hoffman ho adorato anche «Piccolo grande uomo», del 1970.

«Woodstock», 1970. Questo documentario sui tre giorni di pace, amore e musica mi fece innamorare del rock. A parte gli spettatori hippy e strafatti ma sorridenti, mi conquistarono le star della musica, Crosby Stills Nash & Young, Ten Years After, The Who, Richie Havens, Joan Baez, Santana, Jimi Hendrix… Che spettacolo!

«Butch Cassidy», 1969. Già la presenza di Robert Redford e Paul Newman insieme bastava a innamorarsi di questo film. Ho adorato i due rapinatori in fuga che si lanciano nel vuoto e Newman in bici sulle note di «Raindrops keep fallin’ on my head» di Buth Bacharach è sublime. Di questi due divi assoluti amo anche «La stangata» del 1973.

«Sacco e Vanzetti», 1971. I grandissimi Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla interpretano gli immigrati anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti che nel 1920 vengono condannati a morte negli stati Uniti. Lacrime a fiumi su «Here’s to you» cantata da Joan Baez.

«Hair», 1979. Una certa predilezione per i fricchettoni mi ha fatto amare questo film dalle musiche incantevoli, manifesto contro la guerra e le convenzioni borghesi. Il personaggio di Berger, interpretato dall’allora fascinoso Treat Williams, ha fatto il resto. Lacrime a fiumi sul finale, ovvio.

«Apocalypse Now», 1979. Ipnotico, drammatico, surreale, terribile. La guerra del Vietnam e le sue conseguenze narrata a partire da «Cuore di tenebra» di Conrad che avevo letto poco prima, è agghiacciante. Ma chi è davvero il folle? «This is the end, my only friend», le musiche dei Doors fanno il resto.

«Frankenstein Junior», 1974. Anche se lo so a memoria devo rivederlo ogni volta che lo danno in tv. Gene Wilder è geniale e Marty Feldman perfetto. Troppo divertente, un must assoluto che non stanca mai. “Potrebbe andare peggio” – “Potrebbe piovere”.

«Guerre stellari», 1977. Amo tutti i personaggi di questo grandioso film, ma Han Solo-Harrison Ford di più. Per me, appassionata di fantascienza, è un must assoluto, bellissimo, sorprendente ogni volta.

«The Blues Brothers», 1982. Ho scoperto questo gioiello qualche anno dopo la sua uscita e me ne sono innamorata. Dan Aykroyd e John Belushi sono i miei eroi e la colonna sonora è strepitosa, con Aretha Franklin, Ray Charles, James Brown. E Carrie Fischer con il bazooka!

«Blade Runner», 1982. Adoro questo film in ogni fotogramma. Storia pazzesca come tutte quelle scritte dal Philip K Dick, uno dei miei autori di fantascienza preferiti. Harrison Ford magnifico, Deryl Hanna magnetica, Ruter Hauer mitico. Il monologo «Ho visto cose che voi umani…» è scolpito nel mio cuore.

«Ghostbusters», 1984. Dan Aykroyd è un attore che adoro, figuriamoci in questo assurdo e esilarante film dove va a caccia di fantasmi con l’immenso Bill Murray e il grande Harold Ramis. Ad una festa di carnevale di quell’anno io e mio marito andammo mascherati da acchiappafantasmi. E vincemmo il primo premio.

…e tutti i film di Fred Astaire!

foto tratte dal web

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La 500 targata Roma 67

500 fiat

Qualche anno fa qualcuno mi disse che somigliavo a una Ferrari che si comportava come una Cinquecento. Io non ho nulla contro le Cinquecento, figuriamoci, è stata la mia prima macchina. Era targata Roma 67… e poi non ricordo altri numeri. Per mettere le marce dovevo fare la famosa doppia debraiata, ovvero quel veloce gioco di frizione e acceleratore che permetteva di ingranare la marcia senza danni.

L’automobilina era bianca e aveva gli sportelli a vento, ovvero con le cerniere posteriori. L’avevo in affidamento da mia madre. Ho rischiato varie volte di ammazzarmi, con la graziosa macchinetta, perchè ci ho fatto qualche testacoda scivolando sulle rotaie del tram. Su questi emozionanti accadimenti ho taciuto con i miei genitori, altrimenti mi sarei beccata una sgridata epocale. I miei erano così: se mi facevo male mi rimproveravano (e mi disinfettavano  le ferite con l’alcool a pioggia).  

Mia madre, che era un’adorabile svitata, qualche volta ci pigiava dentro la Cinquecento in sei (lei alla guida, io. mia sorella, la vicina di casa e i suoi due bambini) e ci portava a “cambiare aria” a La Storta, un paese a pochi chilometri da casa, ma fuori dal cartello “Roma”. Ci sembrava davvero di fare una gita lontani da casa e ci divertivamo in quell’impresa da Guinness dei Primati, sicuri che la Cinquecento ci avrebbe portati sani e salvi dovunque. Anche se a 40 chilometri all’ora.

La Cinquecento non c’è più ma forse le ho copiato il comportamento. Poca velocità, grande resistenza. E anche se davvero ho il motore della Ferrari, bé, sono a posto così.

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Natale in casa mia (e dei vicini)

babbo natale

Quand’ero  piccola, qualche giorno prima di Natale mio padre mi portava dove lavorava perchè c’era Babbo Natale (cioè un tizio vestito di rosso con barba bianca e cappello col pon pon) che consegnava ai figli dei dipendenti i “pacchi” aziendali contenenti di solito un panettone (che a casa mia non piaceva a nessuno) e altri dolci festivi. Papà lavorava alla Squibb, potente industria farmaceutica. Io odiavo quel Babbo Natale perché mi terrorizzava.

Quindi, quando dovevo fare quell’accidenti di foto in braccio a lui armavo un casino che la metà bastava. Mio padre, che non aveva un’indole conciliante e comprensiva, s’incazzava per i miei capricci che gli facevano fare una brutta figura davanti ai colleghi, e mi fulminava con lo sguardo, per poi sibilare minacce tra i denti e nominare qualche divinità, ma non per ingraziarsela. Poi ritiravamo il pacco offerto dall’azienda e tornavamo a casa in silenzio. 

Anni dopo, il Natale assunse tutto un altro aspetto: festoso, allegro e profumato. Eravamo molto legati ai nostri dirimpettai, una famiglia mix formata da Valerio, romano de Roma, nato a Borgo Pio, quartiere adiacente a San Pietro, professione barman, e Ines, friulana doc, nata a Pordenone, casalinga ex ristoratrice nel locale della sua famiglia su al nord. Avevano due figli: Laura, mia coetanea, e Luca, più piccolo. Laura e io siamo cresciute insieme, ma io ero più monella mentre lei più seria e responsabile. Anche perchè, quando i suoi presero un bar dove iniziarono a lavorare entrambi dall’alba alla sera inoltrata, lei dovette crescersi da sola il fratellino e questo la rese adulta prima del tempo.

Insomma, il 25 dicembre ci riunivamo tutti insieme, noi (io, mia sorella e i genitori) a casa dei nostri vicini o viceversa. Mio padre era incazzato già dal giorno prima, perché detestava le feste e le riunioni familiari. Ma a nessuno importava: eravamo tutti elettrizzati all’idea di condividere un pranzo smisurato, tra risate, battute e vino buono. Più spesso, andavamo noi dai dirimpettai che, pur se stremati da una settimana di lavoro intenso al bar, incredibilmente si rilassavano cucinando per tutti. Era bello stare con i vicini, in un’atmosfera serena e un po’ brilla, tanto che a mio padre passava presto l’incazzatura e si univa ai brindisi e alle risate. Piatti immancabili del menu dei vicini erano le fettuccine al ragù e l’arista di maiale al latte con piccoli funghi interi cotti al forno, più altre seimila pietanze che apparivano qua e là durante il pasto. Nel tempo, si aggiunsero alla tavolata Benedetto, il compagno di Laura, e Riccardo, il mio. 

Seguivano poi mandarini e frutta secca, e quindi una quantità inverosimile di dolci: i vicini, avendo un bar, portavano al pranzo di Natale le novità del momento. Per primi, forse, abbiamo assaggiato i torroncini Condorelli e il panettone Le Tre Marie, marchi allora sconosciuti a Roma. E poi, l’apoteosi della leccornia natalizia era il torrone Feletti, fatto a Pont Saint Martin, in Valle d’Aosta, con cioccolato e nocciole di una bontà assoluta. Valerio poi sfoderava l’arma finale: una serie di liquori speciali che, da esperto barman, conosceva solo lui, tra cui primeggiavano le grappe artigianali. “Questo lo dovete assaggiare!” diceva, versando nei bicchierini il distillato da provare. Il tasso alcoolico era elevato, ma nessuno stava male. Al massimo ridevamo un po’ di più. Poi Ines caricava varie macchinette del caffè che serviva in graziose piccole tazzine del servizio buono.

Poi si passava ai giochi delle feste. A mercante in fiera, Valerio era il Mercante e conduceva il gioco in maniera spassosa e avvincente. Forse era proprio quello il momento più divertente della festa. A sette e mezzo vinceva quasi sempre Ines, che chiedeva al Banco la sua carta di gioco coperta, scoprendo quella che aveva. “Cinquanta lire e carta coperta!” diceva, e ci potevi scommettere che sarebbe stata la Matta, ovvero il Re di Denari. Un altro giro di caffè e di torrone Feletti accompagnava quel paio d’ore di giochi natalizi.

Mio padre è morto tanti anni fa, per una cardiopatia complicata da una Epatite C mai rilevata. Lo stroncò un’ascite inarrestabile. Anche mia madre è morta per  Epatite C che le ha compromesso fegato e pancreas e se n’è andata per coma diabetico: una varice esofagea le si è aperta e l’ha soffocata. Probabilmente entrambi avevano contratto la C in ospedale, durante degli interventi. Valerio è morto da diverso tempo. Un tumore allo stomaco se l’è portato via in due anni, fino a ridurlo al lumicino. Ines ha perso la memoria. Esce solo con la badante perchè potrebbe smarrirsi anche sotto casa. Però sorride sempre. Benedetto è morto un anno fa, per un cancro alla tiroide al quale ha sempre sorriso, per non dargliela vinta nemmeno all’ultimo respiro.

Non c’è più nemmeno il torrone Feletti: la ditta è fallita e lo stabilimento con i macchinari è stato rilevato da una holding olandese.