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Il mio primo ragazz(in)o

Ve lo ricordate il vostro primo amore? Quanti anni avevate? Io avevo quasi 14 anni e lui qualche mese di più. Due mocciosi saputelli che si atteggiavano a grandi ma non ci capivano niente: col senno di poi, quello che mi ritorna in mente fa ridere. Ma fa anche tenerezza.

Tanto tempo fa, quando ancora non c’erano i cellulari, uscivi di casa e nessuno sapeva più niente di te né poteva rintracciarti. Io invece non uscivo mai e mia madre, per buttarmi fuori di casa, mi iscrisse agli scout di quartiere. Voleva vedere se c’era vita in me o ero solo un fagotto buttato sul letto intento ad ascoltare alla radio “Supersonic Dischi a Mach 2” e “Per voi giovani”.

Accadde però che gli scout di zona si divisero e una parte confluì in un reparto storico e prestigioso, il Roma 9. Io seguii i “confluenti” – per la gioia di mia madre che finalmente mi vide allontanarmi da casa. La prima sede che frequentai fu in Piazza di Spagna, nei locali sotterranei dell’esclusivo Collegio San Giuseppe de Merode; poi ci spostammo in Via Pompeo Magno, zona Prati, nei locali ancora più sotterranei (e tortuosi) della chiesa di San Gioacchino (dove, ironia della sorte, si erano sposati i miei nel 1943) che dividevamo con l’allora fondamentale Cineclub Tevere.

Nel reparto Roma 9, tra ragazzini figli di ricchi che frequentavano l’elitaria Villa Flaminia (scuola privata gestita da preti) piombammo, dalla periferia di Roma Nord, io e la mia amica Laura, figlie di proletari. Mio padre era un ex operaio elettricista promosso a impiegato in seguito a un terribile incidente sul lavoro di cui fu vittima, il padre di Laura faceva il barista. Ci trovammo in mezzo a questi figli di papà molto carini, molto educati, molto forniti di ville al Circeo e sterminati appartamenti con pianoforti e cameriere fisse. E il mio giovane cuore prese a battere per uno di questi ragazzi(ni).

Quant’era carino il mio primo lui! Alto alto, magro magro, capelli ricci, occhi scurissimi, era simpatico e un po’ svitato. Aveva un buon odore: lo so che gli adolescenti più che un odore emanano un sentore di capra di montagna, ma tant’è. Ci siamo messi insieme senza sapere cosa volesse dire.

Ho ricordi piccoli e belli. I primi baci durante un campo scout, così tanti che il giorno dopo avevo le labbra indolenzite. Mi sentivo molto vissuta (e un po’ ridicola). La prima volta che dormimmo vicini eravamo in tenda (ma con altre dieci persone) saldamente chiusi ognuno nel proprio sacco a pelo perchè si gelava. Ci toccavamo solo con i nasi. La mattina seguente scoprimmo che aveva nevicato e la tenda era sommersa dalla neve.

Facemmo insieme anche un campo di volontariato, in una casa di riposo per anziani. Di giorno svolgevamo i nostri compiti con i malandati ospiti che ci avrebbero volentieri tolto di mezzo a colpi di dentiere – stupidi ragazzini romani fastidiosi come moschini della frutta. Di notte i ragazzi venivano a bussare alle stanze delle ragazze. Non si faceva nulla oltre che chiacchiere, baci e carezze, ma ci sembrava di essere esperti amatori.

Con lui mi ricordo uno scambio di battute che già mostrava la mia estrema simpatia. Parlavamo del brano cantato da Herbert Pagani, “Albergo a ore”, un pezzo straziante su due ventenni che passano la loro prima (e ultima) notte insieme in una stanza d’albergo, dove si toglieranno la vita. “Io lavoro al bar di un albergo a ore/ porto su il caffè a chi fa l’amore…”, citai io. Lui sorridendo mi disse: “A noi però non ce l’hanno portato il caffè…”. E io, che già da allora non capivo le battute ironiche, risposi acida: “Ma noi non abbiamo fatto proprio niente”, a sottolineare la pochezza delle effusioni.

La mia prima love story finì in modo indolore, perchè due quattordicenni alla fine sono solo due ragazzini che devono, giustamente, assaggiare qua e là la vita per trovare, da grandi, la loro strada nel mondo. Lui si invaghì di una tipa carina e chic che entrò nel gruppo insieme ad altre amiche tutte provenienti dalla scuola privata più esclusiva di Roma, l’Istituto Nazareth, frequentata solo dalle rampolle della Roma-bene.

Io andavo al liceo Guido Castelnuovo. Dove il più tranquillo era di Lotta Continua.

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Sto diventando grande

Quando ero ragazzina, una persona di 62 anni mi appariva decrepita, sull’orlo della fossa, vecchia di quella vecchiaia orribile che rende rugosi, svaniti, assenti e afflitti da mille malanni.

Oggi i 62 ce li ho io. Oddio.

La cosa strana è che non mi sento vecchia. Certo, le rughe sono tendenti al peggioramento, dimentico le cose, sono molto meno coinvolta in ciò che accade e ho uno svariato numero di malanni. Se mi guardo alla specchio gli anni si vedono, non c’è dubbio. Ma è dentro che non li sento. E questo è un grave problema.

Forse sono rimasta un po’ scema perchè non ho avuto figli e quindi mi sono mancate quelle grandi preoccupazioni (e quelle belle soddisfazioni) che ti forgiano l’animo. Ho vissuto i primi 40 con leggerezza, tra un lavoro di cui ero innamorata come di un affascinante Lucifer e una vita sentimentale pari a una favola a lieto fine con derive fancy. Ma mentre le altre mettevano su famiglia, io rimandavo.

Così è successo che ho avuto l'”arresto dello sviluppo”. Sono rimasta una ragazzetta che continua a sognare, a sentirsi ostile alle regole e diversa dagli altri. All’età mia è piuttosto ridicolo.

Intanto sto facendo crescere i capelli che finalmente, dopo una vita di riccitudine ostile, sono diventati quasi lisci: mistero della menopausa. Peccato che debba colorarli ogni mese se non voglio mostrare la feroce ricrescita white. Ma li taglierò corti prima dell’estate, così da lasciarli liberi di crescere bianchi o, spero, bianco-grigi. A quel punto, dati i miei outfit da invisibile – joggers, parka, scarpe da ginnastica – entrerò nella “no gender zone”, ovvero potrò essere scambiata per un vecchio uomo o una donna vecchia, a seconda da che angolazione mi guardi.

In vecchiaia donne e uomini perdono i caratteri fisici che li contraddistinguono e si uniformano in una persona senza genere, faccia cadente, capelli sottili, spalle abbassate, postura curva, passo lento. Madre natura, spesso matrigna, toglie alle donne una barcata di ormoni e questo ci penalizza nella forma, nell’odore, nella voce e nella zona “paesi bassi” che diventa una specie di prugna secca da accudire con costosi accorgimenti per non disintegrarsi del tutto.

Insomma, la natura si è voluta accertare di toglierci dalla piazza per lasciare spazio a quelle più giovani (leggi sane, fertili e in forze per allevare marmocchi), visto che gli uomini, pure da rimbambiti, possono fare figli anche a ottant’anni – con l’aiuto delle pasticchine. E’ la sopravvivenza della specie, baby, e non c’è cultura che tenga. Puoi pasticciare col bisturi e farti mille illusioni, ma il tempo passa beffardo, cinico e baro.

A maggio saranno 63. Non ho concluso granché nella mia vita. Il liceo, gli scout, il primo ragazzo, il secondo, il definitivo. L’università. Qualche viaggio (niente New York o USA in generale, niente Sud America, niente Irlanda o Islanda o Scandinavia, non ho visto quasi nulla). Il lavoro. Il lavoro. Il lavoro. Niente figli. Una malattia autoimmune. E poi? Pesco qua e là nei ricordi, ma vedo un percorso confuso, inconcludente e un po’ patetico. Non mi resta che cercare di fare qualcosa di grandioso nel tempo che resta.

Ma cosa?

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Solo il silenzio e la montagna

Non sono una grande camminatrice, mi scoraggio di fronte alle salite troppo erte o ai sentieri sassosi. Inoltre sono un po’ goffa e distratta, così mi capita di inciampare e cadere. Ma mi rialzo subito, perchè amo la montagna di un amore devoto e totale. Anche se non ci sono esattamente portata.

Il Cervino

La montagna che amo di più è quella della Valle D’Aosta, che ho visitato solo d’estate. La prima volta che ho visto il Cervino, 4.478 m., ho provato un colpo al cuore: è l’essenza della bellezza e dell’eleganza. Disegnato come i bambini disegnano le montagne, a triangolo, il Cervino punta verso il cielo con aria birichina e insieme terribile. Mi sono immaginata gli scalatori che l’hanno affrontato, come il mio mito Walter Bonatti. Io e mio marito, però, abbiamo sempre preso la funivia, con le bassotte in braccio avvoltolate in un paio di cappottini ciascuna perchè si arriva altissimi, sul Plateau Rosa, 3500 m, dove c’è sempre freddo e neve, anche a luglio.

Quello che si vede da lì toglie il respiro. Mi sono avventurata esitante su quella neve perfetta, alta, compatta. Che emozione! Non ho mai camminato molto, giusto un piccolo giro intorno alla stazione di arrivo della funivia e una passeggiata fino alla bandierina che indica il confine con la Svizzera. Mio marito, ex sciatore, sulla neve se la cava benissimo e ha camminato più di me. Ma non ci siamo mai fatti mancare il ristorante del rifugio, dove si mangia benissimo sulla terrazza al sole, polenta coi funghi, strudel e vino rosso.

Il Bianco

Il colpo al cuore l’ho avuto anche di fronte al massiccio del Monte Bianco, 4809 m. Immane, si alza come un muro di ghiaccio e roccia degno del Grande Inverno, ma al contempo sembra che ti abbracci e ti protegga, come un gigante a guardia della sua amata valle. Te lo trovi davanti vicinissimo, ma in realtà non lo è.

Purtroppo non ci sono mai salita con la funivia Skyway perchè non possono andarci i cani, dato che ricade nella zona di Parco Nazionale. Però ho percorso le valli che affiancano il Bianco, belle, luminose, perfette. Dalla Val Ferret siamo saliti al rifugio intitolato a Walter Bonatti, una fatica bellissima – con le bassotte spesso in braccio. Ma che batticuore vedere le attrezzature spartane di Bonatti in mostra!

Il Rosa

Una montagna che mi ha intimorito è il Monte Rosa, 4.634 metri: grandissimo, spigoloso, seducente nei riflessi di colori solo suoi. Siamo saliti (da tipici turisti) con la funivia, senza sapere che l’impianto si ferma per una pausa all’ora di pranzo. Siamo rimasti all’addiaccio, noi due e i cani, ammucchiati uno sopra all’altro, tremando dal freddo e sicuri di esser destinati a morire assiderati. Il gestore della funivia ci ha visti e si è mosso a pietà: ci ha fatti salire su una cabina e ci ha spediti giù con una corsa solo per noi, turisti romani scemi che chissà se avranno capito che con la montagna non si scherza.

Il Paradiso

La pace nel cuore me l’ha regalata il Gran Paradiso, l’altro 4000 della Valle d’Aosta, che abbraccia la valle con fascino scintillante e senso dell’infinito. Camminare nella Valnontey mi ha sempre dato la sensazione di essere immersa nella bellezza pura: un’emozione che solo la natura ti può far provare. Tra quelle montagne e quei boschi ci si sente liberi dai pensieri. Liberi da tutto.

Ovviamente non ho raggiunto nessuno di questi 4000 ma li ho solo ammirati da lontano. Questo mi è bastato per farmi innamorare di quei posti incantati.

“La montagna più alta rimane sempre dentro di noi”, Walter Bonatti

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La mia Ventotene

Vado in vacanza a Ventotene ormai da diversi anni. Sempre nella stessa casa che ci affitta un amico, con il giardino dove i cani si godono l’ombra e la terrazza a picco sul mare. L’isola è piccola, nemmeno 2 chilometri quadrati stretti e lunghi, con le case color mattone, ocra, gialle, rosa, azzurre, che non di rado mostrano i segni del tempo, a volte anche qualche inquietante crepa, puntellata a dovere. A Ventotene gli isolani ti salutano. Ti salutano anche quelli che sono i frequentatori abituali dell’isola e così quasi subito acquisisci quest’abitudine e basta poco per sentirsi parte di quella minuscola comunità in mezzo al mare.

Salite e discese

Ventotene è tutta salite e discese, ma la strada che s’inoltra nell’interno, tra campi coltivati e vegetazione mediterranea, è un po’ più dritta. Solo che non la faccio mai, perchè mi faccio prendere dalla pigrizia e resto tra la piazza Castello, i suoi dintorni e Calanave, la spiaggia – sempre più stretta – che sta proprio sotto il centro. Al massimo passeggio fino a Cala Rossano. Dal porto al centro del paese c’è una salita a zig zag che ti mette subito alla prova. Scendi dal traghetto e quella salita ti guarda con aria beffarda. Chi arriva affronta la salita a tornanti aguzzi con determinazione, trascinandosi dietro i bagagli a rotelle – già, perchè a Ventotene le macchine non si portano (ma noi sì, però poi la lasciamo al parcheggio dietro la piazza).

La libreria

A Ventotene ci vado prima dell’alta stagione. La gente non è tanta, l’atmosfera è pacata. Sulla piazza spicca una piccola e bellissima libreria che si chiama “Ultima Spiaggia”, con volumi selezionati tra i migliori in circolazione. C’è una vasta scelta di libri di viaggi e di mare ma anche una zona dedicata all’isola stessa e ai testi di chi pensò, proprio a Ventotene, a un’idea concreta di Europa. E una parte tutta dedicata ai bambini. ll proprietario si chiama Fabio, fine intellettuale e appassionato libraio di grande charme (e varie librerie) a cui le turiste si rivolgono per un consiglio di lettura (e non solo).

Cultura e lenticchie

Ventotene ha un’aria colta ma semplice, che ti fa sentire di vivere in un posto storicamente importante ma che non si dà arie. Per sorridere basta un piatto di zuppa di lenticchie e un bicchiere di Pandataria, il bianco locale che si chiama con il nome che i romani diedero all’isola. Ti siedi al bar Verde per un caffè e i vicini di tavolino discutono del ventennio fascista in cui, nel carcere borbonico dell’isola di Santo Stefano, davanti a Ventotene, c’erano i dissidenti politici tra cui Sandro Pertini. Insomma, non è che parlano di calcio. Ma poi si va a fare i tuffi dagli scogli e a pisolare al sole.

A Ventotene è stato girato uno dei miei film preferiti, “Ferie d’agosto”, di Paolo Virzì.

Il carcere

Il carcere di Santo Stefano sembra il set di un film distopico. Invece è tutto vero. Io l’ho visitato con la guida di Salvatore, coltissimo pescatore che ti racconta il carcere facendoti emozionare e rabbrividire. Salvatore ti porta sull’isoletta di Santo Stefano in barca e già inizia a raccontare. La prigione è stata costruita in modo tale che ogni detenuto nella sua cella potesse essere sorvegliato da un solo guardiano posto al centro della struttura. Cammini tra quelle minuscole celle, molto rovinate, e ti sembra di sentire i lamenti ma anche i discorsi di chi ci fu rinchiuso. Camorristi e delinquenti, dalla fine del 700. E col fascismo, dissidenti antifascisti, socialisti, anarchici e pensatori.

Le mongolfiere

A Ventotene si conservano tradizioni antiche, come l’usanza di costruire bellissime mongolfiere di carta dipinte. La maggior parte vengono allestite per la festa della patrona Santa Candida, il 19 e 20 settembre, ma si fanno mongolfiere anche per festeggiare qualche compleanno speciale. Ho visto gli artigiani costruirle alla fine di giugno per un ragazzino che compiva gli anni poco dopo. Erano orgogliosi della loro arte ma anche restii a che fosse fotografata.

Il legame

Gli isolani sono legati al loro mucchio di roccia e macchia mediterranea in modo viscerale. Ho conosciuto giovani che hanno studiato, sono andati a lavorare in terraferma, si sono costruiti una professionalità. Poi sono tornati sull’isola. Si sono comprati una casetta che hanno dipinto di blu, hanno avviato una piccola attività. La mattina, all’alba, vanno a guardare il mare, il volo dei gabbiani, le scogliere, le piccole spiagge. E ne respirano la bellezza.

Lei e io

Io non ho viaggiato molto nella mia vita, quindi mi accontento di Ventotene, piccola, rocciosa, fragile, selvatica e ruvida. Come me. Entrambe ci stiamo un po’ sbriciolando, lei per l’erosione dovuta ai venti e all’azione del mare, io perchè sto invecchiando. Sarebbe bello, alla fine, entrare pian piano nel suo mare limpido, e andare via così.

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7 agosto 1943

Luciana e Ernesto

Questa è una foto del 7 agosto 1993. Sono i miei genitori nel giorno del loro 50° anniversario di matrimonio. Lui sarebbe morto qualche mese dopo, lei dopo tre anni. Mi piacciono le loro facce divertite e complici, malgrado la loro vita sia stata dura, faticosa e zeppa di incomprensioni. Eppure si sono amati – e forse detestati – tutta la vita, attratti e respinti dalle loro forti personalità.

Papà durante la prigionia


Si sposano nel 1943, il 7 agosto. Lui ha 24 anni, lei 19. Passano insieme un paio di giorni, poi lui deve ripartire. Carabiniere per necessità, dislocato a Bolzano, mio padre finisce nella Francia del Sud. La storia diventa fumosa, ma da quel che ho capito si unisce alle forze partigiane francesi.

Viene catturato dai tedeschi e spedito in un campo di concentramento dal quale riesce a fuggire insieme ad alcuni compagni che però vengono fucilati alle spalle mentre corrono e uno viene dilaniato dai cani-lupo dei tedeschi.

Mamma bella come un’attrice, papà figo con la pipa e poi che dirige la Banda del Baffo, orchestra jazz

I miei si ritrovano a guerra finita: lui era stato nascosto in una soffitta a Grenoble, poi aveva lavorato con i francesi per il rientro dei connazionali in Italia. Lei si era quasi convinta che fosse morto. E invece era lì, sceso da un treno zeppo di gente, ingrassato perchè aveva mangiato solo patate. Lei invece era secca secca, perchè di mangiare a Roma non se ne parlava proprio.

Mio padre era comunista, serio e rigoroso. Aveva perso l’uso del braccio destro in un terribile incidente sul lavoro ed era diventato mancino. Nel 1957 venne folgorato da una scarica di ventimila volt mentre controllava la centrale elettrica della fabbrica in cui lavorava come operaio. Rimase un anno in ospedale, il corpo bruciato quasi completamente fasciato, la pelle ricostruita con micro trapianti dalle poche zone in cui era ancora intatta. Perse l’uso del braccio destro, che rimase contratto nello spasmo muscolare della scarica, la mano rattrappita quasi a pugno nel gesto causato dal dolore. Imparò a scrivere con la sinistra.

Tutti noi pagammo l’ombra di questo terribile trauma nella sua vita. Ma lui era più duro della sofferenza. La sua azienda, in torto marcio con i sistemi di sicurezza, lo risarcì offrendogli un posto da dirigente. Lui ricominciò vivere (ma i trapianti di pelle continuarono a tormentarlo per anni). Io nacqui io nel 1959 – e lui deve aver pensato “Cazzo, un’altra femmina”. Mia sorella era nata 11 anni prima.

Siciliano di Randazzo, proprio sotto l’Etna, se n’era andato a 17 anni, emigrante a Milano in cerca di fortuna. Qui fece un corso da elettricista e divenne piuttosto bravo. S’incazzava per un niente ma poi ti faceva ridere e ti regalava cose deliziosamente inutili. Quando mi laureai mi fece gli auguri con un trafiletto sul Messaggero.

A Roma conobbe mia madre. Una ragazzina bella, con una testa piena di riccioli, occhi verdi, allegra, curiosa e romanissima, figlia di un trasteverino doc, Aristide Santacroce, e di una bella umbra di Guardea dal nome aristocratico, Gertrude Barberini. Tra i miei genitori fu subito amore appassionato, travolgente, romantico. Mamma adorava quel ragazzo bellissimo che era pazzo di lei e che suonava il jazz con la sua orchestra, finché il fascismo non proibì quella musica americana.

Mia madre era un”artista mancata, stritolata nel suo talento da un matrimonio che le stava stretto. Dipingeva, cantava, creava oggetti, cuciva. E fumava tantissimo, ma non morì per quello. Adorava andare a vedere da vicino fenomeni bizzarri: i santoni che curavano con le erbe, gli esorcisti in azione, i posti ritenuti magici. Credeva ai fenomeni paranormali, cosa che faceva incazzare da morì mio padre. Era dura e dolce, attenta e distante. Creativa e distruttiva. Complicata e semplice. Sognatrice e cinica.

Quanto mi mancano.

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Se rinasco, ovvero lista delle cose che farò nella mia seconda vita

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Escludendo che io mi sia comportata così male che lassù decidano di farmi rinascere pollo di allevamento, baco da seta, aragosta o altro animale destinato al martirio, ho una serie di indicazioni da dare per quando rinascerò nel mio secondo giro di giostra come essere umano.

  1. Se rinasco voglio studiare fisica, astronomia e informatica e diventare astrofisica, come Margherita Hack. In alternativa, voglio diventare geologa, tipo Mario Tozzi. Questo sempre che nella mia nuova vita ci capisca qualcosa di matematica e di scienze.
  2. Se rinasco voglio essere magra di natura e non passare un’infanzia da bambina cicciona e un’adolescenza da teenager tondetta come sono state le mie. Nella mia seconda vita mangerò come le tipe che dopo un terzo di pizza dicono “Sono pienissima!” e lasciano i due terzi rimanenti nel piatto.
  3. Se rinasco voglio viaggiare da ragazza, così da vedere il mondo in maniera avventurosa e incosciente. E con un paio di amiche, senza per forza un fidanzato accanto.
  4. Se rinasco voglio studiare il pianoforte. Quanto invidio chi sa suonarlo! Non ne vorrei fare una professione, ma un divertimento personale, un modo elevato ma lieve di vivere la musica. Leggere uno spartito e suonarlo dev’essere entusiasmante.
  5. Se rinasco voglio i capelli lisci scuri e gli occhi verdi, oppure i capelli lisci biondi e gli occhi castani. Insomma, basta che i capelli siano lisci, sugli occhi posso trattare.
  6. Se rinasco voglio avere un cavallo e imparare a cavalcare. Ho sempre amato i cavalli, fin da quella (unica) volta che i miei mi portarono sui consunti pony di Villa Borghese.
  7. Se rinasco voglio avere la passione per lo sport e il movimento come la mia amica Gloria. Lei va in bici, gioca a tennis e balla. La mia unica attività fisica è portare a spasso i cani. E si vede.
  8. Se rinasco voglio avere dei bambini. Ma voglio vivere la mammità come la mia amica Valentina, che ha tre figli di cui due circa ventenni e una settenne ed è sempre rilassata e mai ansiosa, in jeans e Converse, bella come una teenager. E ha pure due cani.
  9. Se rinasco voglio essere sicura di me. Va bene “abbi dubbi”, ma ho passato una vita ad avere dubbi su me stessa senza mai sentirmi in grado, all’altezza, degna di. L’autostima, nella mia prossima vita, sarà una certezza. Altrimenti non mi prendo nemmeno la briga di rinascere.
  10. Se rinasco, non voglio più sognare di rinascere per fare cose che non ho saputo fare. Se rinasco, sarò felice della mia nuova vita e non chiederò di più.
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Ma quanto erano fighi gli anni Ottanta

Gli anni 80 cominciarono con un programma che ho amato infinitamente. Era “Mister Fantasy”, andava in onda il martedì sera dopo le 23, lo conduceva il grande e coltissimo Carlo Massarini, bello e perfetto nel suo look total white. La trasmissione proponeva musica da vedere, ovvero i primi video musicali che cominciarono a diffondersi in quel periodo. E come corollario, tutta l’estetica glam e new romantic che caratterizzava le star di allora.

Gli anni ’80 iniziavano così. Li ho amati per la loro carica di esagerazione, di make up su maschi-femmine-altro, di pizzi, croci, raso, capelli gonfi, spalline. Dicono che siano stati anni stupidi, che non hanno dato nulla alla musica. Falso. Hanno dato il coraggio di osare, di sperimentare, di abbattere le barriere, di essere diversi facendone una sfida.

Chi avrebbe ora l’ardire di provocare come Boy George? E chi avrebbe la sfacciataggine di Madonna, non solo di farsi chiamare come una nota esponente del gotha celestiale, ma di ricoprirsi di croci mentre manda messaggi hot? Oggi chi avrebbe voglia di indagare suoni nuovi come i Depeche Mode, che mettevano il rombo di un motore o il suono di un vetro che si rompeva nelle loro canzoni?

Oppure l’impudenza di puntare sull’aspetto da bellissimi come i Duran Duran, che comunque sono ancora qui e fanno una gran musica. Bellissimi pure gli Spandau Ballet, figli di operai che cantavano di madri con le rughe dei sacrifici sul volto. Gli anni 80 hanno lasciato bellissime canzoni che infatti si ascoltano anche oggi. Tantissimi brani sono raccolti nelle innumerevoli compilation di “One Shot 80” che, purtroppo o per fortuna, ascolto ancora.

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La cotta (proibita) dei miei 16 anni

A 16 anni ero scema. Oddio, pure oggi non scherzo, ma a quell’età per me c’era solo lo studio (dove non eccellevo), la musica rock (avevo la radio sempre accesa) e la mia amica Laura. La sua famiglia era nostra dirimpettaia, quindi io e lei siamo cresciute insieme (lei meglio, però).

Un’estate i miei tentarono la mossa di mollarmi alla famiglia della mia amica per una vacanza in Friuli, terra originaria della mamma di Laura. Era l’agosto 1975. I suoi genitori abboccarono e mi si caricarono, con l’idea che avrei fatto compagnia alla loro ragazzina.

Arrivammo nella piccola cittadina della mamma di Laura, Pordenone. Carina, pulita, un gioiellino. Lì conoscemmo una ragazza che lavorava nella lussuosa profumeria della zia di Laura. Era molto simpatica e decise di far conoscere “le romane” ad alcuni suoi amici.

Tra di loro c’era lui. Si chiamava Giorgio, 25 anni. Nove più di me, un’enormità a quell’età. Io avevo avuto un solo fidanzatino, Filippo, a nemmeno 14 anni, una cosina piccina da scout puri e rigorosi. Quel friulano mi tramortì.

Aveva una Ducati gialla e una Dyane rossa, mezzi di locomozione allora iconici. Fumava le Gitanes, naturalmente. Aveva un tono di voce basso e caldo e uno sguardo che mi ipnotizzava. Parlava di anarchia, rivoluzione, poesia e io m’innamorai come può farlo una ragazzina: follemente.

Scappavo dalla casa della mamma di Laura per stare con lui – e alla fine mi beccai un cazziatone che la metà bastava. Ma ero pazza d’amore – a quell’età è così, o perdi la testa o non ne vale manco la pena.

Evidentemente conscio che, se toccava la minorenne romana, andava dritto in galera, il ragazzo non andò mai oltre i baci e gli abbracci, nemmeno quella volta che mi invitò a casa sua (col senno di poi, rischiai non poco: ma allora non me ne rendevo conto).

Il mio giovane uomo friulano mi portava in moto a vedere i dintorni e poi ci fermavamo a chiacchierare sdraiati su un prato. Aveva una compagna, naturalmente. Di questa ragazza non m’importava niente, con l’indifferenza dei sedici anni.

Nei suoi bigliettini zeppi di dolci parole mi chiamava la “ragazzina dai capelli ricci”, la “romana che… sbam!” e si firmava C.A., ovvero “Conte Arrugginito”. Citava André Breton e Paul Eluard, di cui mi scrisse la poesia “Libertà” (io ignoravo chi fosse e rimasi folgorata).

Su i quaderni di scolaro
Su i miei banchi e gli alberi
Su la sabbia su la neve
Scrivo il tuo nome (…
)

Sul mio cane ghiotto e tenero
Su le sue orecchie dritte
Su la sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome (…
)

E in virtù d’una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti Libertà.

e mi citò la frase di Thoreau (che io ignoravo/bis) riferendola a se stesso.

Se un uomo non tiene il passo con i compagni, forse questo accade perché ode un diverso tamburo. Lasciatelo camminare secondo la musica che sente, quale che sia il suo ritmo o per quanto sia lontana.

Figurarsi a 16 anni che effetto poteva farmi! Piansi tutte le mie lacrime (e anche di più) quando venne il momento di dirsi addio perchè dovevo tornare a Roma.

Mi scrisse tante lettere che conservo con cura, zeppe di baci, di “se”, di “ma”. “Cosa ti resterà di me – scriveva – piccolo coniglietto innamorato?”. Il coniglietto era riferito ai miei incisivi da roditore che in effetti mi davano un look più da criceto che da lapin.

Ci sentimmo un paio di volte per telefono. Allora non c’erano i cellulari e Giorgio mi chiamò a casa, suscitando le ire di mio padre: “Chi è questo che si permette di chiamarti??”. I genitori di Laura gli avevano riferito della mia sbandata per uno molto più grande di me. Papà, siciliano incazzoso, avrebbe voluto ammazzarlo via telefono. Io, nel frattempo, piangevo.

Un anno dopo Giorgio mi scrisse che aveva lasciato il lavoro – faceva l’infermiere, o almeno così mi aveva detto – e si era aperto un negozietto a Pordenone dove vendeva oggetti di artigianato in pelle. La storia con la sua ragazza si era chiusa. Ma io intanto veleggiavo verso altri lidi. E non immaginavo quanto sarebbe stato tragico l’ultimo atto del “Conte”.

Un giorno mi arrivò la notizia che Giorgio era morto in un conflitto a fuoco con la polizia: non era chiaro se fosse implicato nelle Brigate Rosse o coinvolto in brutte storie di eroina. Ipotesi entrambi plausibili, erano gli anni del terrorismo e della droga pesante. Non provai nulla. Per me faceva parte del passato remoto. E tutto l’amour fou si era dissolto.

Però oggi, a distanza di millenni, mi emoziona rileggere le sue lettere e mi fa tenerezza quella ragazzina scema e disperatamente cotta del romantico “Conte” friulano.

Foto di apertura tratta dal web

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Gli amici diventano nonni (ma è andata così)

Succede sempre più spesso. Mi arriva un messaggio da una/un amica/o con una scia di cuoricini per comunicarmi che la figlia (o il figlio) aspetta un bambino. Di conseguenza l’amica/o diventa nonna/o. E ha la mia età.

Sono quei momenti in cui, come nei film, mi passa davanti agli occhi la mia vita. A un certo punto ho deciso di volere un figlio senza volerlo sul serio. Ci ho comunque provato lasciando fare alla natura, che però si è rifiutata di compiere il suo dovere. Ho cercato di convincermi che dovevo avere un figlio e ho deciso di averlo con analisi dolorose e punture di ormoni, prescritte da medici che mi guidavano verso costosi interventi di fecondazione assistita. Ho pianto molto e poi mi sono arresa. Ho sanguinato talmente tanto che mi hanno ricoverata in ospedale per dieci giorni.

Non si può volere una cosa senza volerla sul serio. Non ci si può allineare a un modello se dentro non si ha nulla in comune con esso. Hai voglia a cercare ‘sto senso materno, io non l’ho mai trovato. Non ho mai avuto il batticuore a guardare un neonato o un bambino piccolo. Nessun impulso alla tenerezza, nemmeno a una carezza. Ho pensato che forse mia madre non mi avesse passato quest’attitudine femminile. Ma perchè dare la colpa a lei? E poi mia sorella aveva avuto una figlia. Quindi il guasto ce l’avevo io, il meccanismo inceppato era roba mia.

Poi mi è arrivato addosso il treno della sclerosi multipla. Che peraltro non mi avrebbe impedito di avere bambini. Ma era una buona scusa. E poi avevo già quarant’anni. Eppure come può una donna non sentire l’urgenza irrefrenabile di fare un figlio, oltretutto avendo accanto un uomo gentile e amorevole?

Già. Come può? Quale aridità d’animo nasconde? Quale assenza di sentimenti? E quale potentissima forza le ha bloccato il processo naturale che fa andare avanti il mondo e la natura stessa?

MI trovo ora a guardare con una punta d’invidia gli amici che si commuovono per i figli che si laureano, che fanno il lavoro dei loro sogni, che li rendono nonni e proseguono la specie.

Chissà cosa avrei provato io, a vedere un figlio che si realizza.

foto di Keenan Constance su Pexels.com

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Che resterà dei nostri amori?

California Kiss, Santa Monica, 1956 – Elliott Erwitt ©Magnum Photos

Que reste-t-il de nos amours? è una canzone francese del 1942 di Charles Trenet. Mia mamma, che amava cantare, ogni tanto la intonava quando – forse – si sentiva un po’ malinconica. Questa canzone ce l’ho in testa da stamattina, si è affacciata con garbo e mi ha accompagnata per tutto il giorno.

E così mi sono chiesta Che resterà dei nostri amori? Non poco, credo. Io ce li ho scolpiti dentro. Se mollo un po’ la presa, posso lasciarmi andare a un’ondata di ricordi che mi riaccende quel “frìccico nel còre” sepolto sotto gli anni, la polvere, i dolori, le necessità.

E’ questa la grande ricchezza che mi hanno lasciato i miei amori. Indomiti luccicanti ricordi che arrivano in soccorso quando la mente scivola in una selva di pensieri che feriscono. Mi piace ripensare alle risate, alla musica, alle sciocchezze, ai bigliettini, al batticuore, agli sguardi, agli abbracci, al piacere.

Niente di speciale, niente di unico. Cose banali, comuni a tutti, ma molto preziose per me, perché sono ancora in grado di riaccendere quella fiammella che basta soffiarci sopra e scompare, ma invece è sempre lì, birichina e ammiccante, pronta a raccontarmi di quanto la passione non la puoi fermare con niente, che nemmeno la marea a Venezia, altro che Mose. E di quanto sia stato illuminante e appagante averla provata, assecondando la corrente.

Di quegli amori – che avevano l’allegra irruenza di un torrente di montagna – resta la purezza, l’incoscienza, lo stupore, la bellezza. E’ un patrimonio gigantesco, una riserva di magnifici istanti che sono lì a brillare quando dentro si fa buio.

Avalon Jazz Band, Que reste-t-il de nos amours? (Charles Trenet), 2015, video da youtube
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La 500 targata Roma 67

500 fiat

Qualche anno fa qualcuno mi disse che somigliavo a una Ferrari che si comportava come una Cinquecento. Io non ho nulla contro le Cinquecento, figuriamoci, è stata la mia prima macchina. Era targata Roma 67… e poi non ricordo altri numeri. Per mettere le marce dovevo fare la famosa doppia debraiata, ovvero quel veloce gioco di frizione e acceleratore che permetteva di ingranare la marcia senza danni.

L’automobilina era bianca e aveva gli sportelli a vento, ovvero con le cerniere posteriori. L’avevo in affidamento da mia madre. Ho rischiato varie volte di ammazzarmi, con la graziosa macchinetta, perchè ci ho fatto qualche testacoda scivolando sulle rotaie del tram. Su questi emozionanti accadimenti ho taciuto con i miei genitori, altrimenti mi sarei beccata una sgridata epocale. I miei erano così: se mi facevo male mi rimproveravano (e mi disinfettavano  le ferite con l’alcool a pioggia).  

Mia madre, che era un’adorabile svitata, qualche volta ci pigiava dentro la Cinquecento in sei (lei alla guida, io. mia sorella, la vicina di casa e i suoi due bambini) e ci portava a “cambiare aria” a La Storta, un paese a pochi chilometri da casa, ma fuori dal cartello “Roma”. Ci sembrava davvero di fare una gita lontani da casa e ci divertivamo in quell’impresa da Guinness dei Primati, sicuri che la Cinquecento ci avrebbe portati sani e salvi dovunque. Anche se a 40 chilometri all’ora.

La Cinquecento non c’è più ma forse le ho copiato il comportamento. Poca velocità, grande resistenza. E anche se davvero ho il motore della Ferrari, bé, sono a posto così.

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Natale in casa mia (e dei vicini)

babbo natale

Quand’ero  piccola, qualche giorno prima di Natale mio padre mi portava dove lavorava perchè c’era Babbo Natale (cioè un tizio vestito di rosso con barba bianca e cappello col pon pon) che consegnava ai figli dei dipendenti i “pacchi” aziendali contenenti di solito un panettone (che a casa mia non piaceva a nessuno) e altri dolci festivi. Papà lavorava alla Squibb, potente industria farmaceutica. Io odiavo quel Babbo Natale perché mi terrorizzava.

Quindi, quando dovevo fare quell’accidenti di foto in braccio a lui armavo un casino che la metà bastava. Mio padre, che non aveva un’indole conciliante e comprensiva, s’incazzava per i miei capricci che gli facevano fare una brutta figura davanti ai colleghi, e mi fulminava con lo sguardo, per poi sibilare minacce tra i denti e nominare qualche divinità, ma non per ingraziarsela. Poi ritiravamo il pacco offerto dall’azienda e tornavamo a casa in silenzio. 

Anni dopo, il Natale assunse tutto un altro aspetto: festoso, allegro e profumato. Eravamo molto legati ai nostri dirimpettai, una famiglia mix formata da Valerio, romano de Roma, nato a Borgo Pio, quartiere adiacente a San Pietro, professione barman, e Ines, friulana doc, nata a Pordenone, casalinga ex ristoratrice nel locale della sua famiglia su al nord. Avevano due figli: Laura, mia coetanea, e Luca, più piccolo. Laura e io siamo cresciute insieme, ma io ero più monella mentre lei più seria e responsabile. Anche perchè, quando i suoi presero un bar dove iniziarono a lavorare entrambi dall’alba alla sera inoltrata, lei dovette crescersi da sola il fratellino e questo la rese adulta prima del tempo.

Insomma, il 25 dicembre ci riunivamo tutti insieme, noi (io, mia sorella e i genitori) a casa dei nostri vicini o viceversa. Mio padre era incazzato già dal giorno prima, perché detestava le feste e le riunioni familiari. Ma a nessuno importava: eravamo tutti elettrizzati all’idea di condividere un pranzo smisurato, tra risate, battute e vino buono. Più spesso, andavamo noi dai dirimpettai che, pur se stremati da una settimana di lavoro intenso al bar, incredibilmente si rilassavano cucinando per tutti. Era bello stare con i vicini, in un’atmosfera serena e un po’ brilla, tanto che a mio padre passava presto l’incazzatura e si univa ai brindisi e alle risate. Piatti immancabili del menu dei vicini erano le fettuccine al ragù e l’arista di maiale al latte con piccoli funghi interi cotti al forno, più altre seimila pietanze che apparivano qua e là durante il pasto. Nel tempo, si aggiunsero alla tavolata Benedetto, il compagno di Laura, e Riccardo, il mio. 

Seguivano poi mandarini e frutta secca, e quindi una quantità inverosimile di dolci: i vicini, avendo un bar, portavano al pranzo di Natale le novità del momento. Per primi, forse, abbiamo assaggiato i torroncini Condorelli e il panettone Le Tre Marie, marchi allora sconosciuti a Roma. E poi, l’apoteosi della leccornia natalizia era il torrone Feletti, fatto a Pont Saint Martin, in Valle d’Aosta, con cioccolato e nocciole di una bontà assoluta. Valerio poi sfoderava l’arma finale: una serie di liquori speciali che, da esperto barman, conosceva solo lui, tra cui primeggiavano le grappe artigianali. “Questo lo dovete assaggiare!” diceva, versando nei bicchierini il distillato da provare. Il tasso alcoolico era elevato, ma nessuno stava male. Al massimo ridevamo un po’ di più. Poi Ines caricava varie macchinette del caffè che serviva in graziose piccole tazzine del servizio buono.

Poi si passava ai giochi delle feste. A mercante in fiera, Valerio era il Mercante e conduceva il gioco in maniera spassosa e avvincente. Forse era proprio quello il momento più divertente della festa. A sette e mezzo vinceva quasi sempre Ines, che chiedeva al Banco la sua carta di gioco coperta, scoprendo quella che aveva. “Cinquanta lire e carta coperta!” diceva, e ci potevi scommettere che sarebbe stata la Matta, ovvero il Re di Denari. Un altro giro di caffè e di torrone Feletti accompagnava quel paio d’ore di giochi natalizi.

Mio padre è morto tanti anni fa, per una cardiopatia complicata da una Epatite C mai rilevata. Lo stroncò un’ascite inarrestabile. Anche mia madre è morta per  Epatite C che le ha compromesso fegato e pancreas e se n’è andata per coma diabetico: una varice esofagea le si è aperta e l’ha soffocata. Probabilmente entrambi avevano contratto la C in ospedale, durante degli interventi. Valerio è morto da diverso tempo. Un tumore allo stomaco se l’è portato via in due anni, fino a ridurlo al lumicino. Ines ha perso la memoria. Esce solo con la badante perchè potrebbe smarrirsi anche sotto casa. Però sorride sempre. Benedetto è morto un anno fa, per un cancro alla tiroide al quale ha sempre sorriso, per non dargliela vinta nemmeno all’ultimo respiro.

Non c’è più nemmeno il torrone Feletti: la ditta è fallita e lo stabilimento con i macchinari è stato rilevato da una holding olandese.