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Se rinasco, ovvero lista delle cose che farò nella mia seconda vita

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Escludendo che io mi sia comportata così male che lassù decidano di farmi rinascere pollo di allevamento, baco da seta, aragosta o altro animale destinato al martirio, ho una serie di indicazioni da dare per quando rinascerò nel mio secondo giro di giostra come essere umano.

  1. Se rinasco voglio studiare fisica, astronomia e informatica e diventare astrofisica, come Margherita Hack. In alternativa, voglio diventare geologa, tipo Mario Tozzi. Questo sempre che nella mia nuova vita ci capisca qualcosa di matematica e di scienze.
  2. Se rinasco voglio essere magra di natura e non passare un’infanzia da bambina cicciona e un’adolescenza da teenager tondetta come sono state le mie. Nella mia seconda vita mangerò come le tipe che dopo un terzo di pizza dicono “Sono pienissima!” e lasciano i due terzi rimanenti nel piatto.
  3. Se rinasco voglio viaggiare da ragazza, così da vedere il mondo in maniera avventurosa e incosciente. E con un paio di amiche, senza per forza un fidanzato accanto.
  4. Se rinasco voglio studiare il pianoforte. Quanto invidio chi sa suonarlo! Non ne vorrei fare una professione, ma un divertimento personale, un modo elevato ma lieve di vivere la musica. Leggere uno spartito e suonarlo dev’essere entusiasmante.
  5. Se rinasco voglio i capelli lisci scuri e gli occhi verdi, oppure i capelli lisci biondi e gli occhi castani. Insomma, basta che i capelli siano lisci, sugli occhi posso trattare.
  6. Se rinasco voglio avere un cavallo e imparare a cavalcare. Ho sempre amato i cavalli, fin da quella (unica) volta che i miei mi portarono sui consunti pony di Villa Borghese.
  7. Se rinasco voglio avere la passione per lo sport e il movimento come la mia amica Gloria. Lei va in bici, gioca a tennis e balla. La mia unica attività fisica è portare a spasso i cani. E si vede.
  8. Se rinasco voglio avere dei bambini. Ma voglio vivere la mammità come la mia amica Valentina, che ha tre figli di cui due circa ventenni e una settenne ed è sempre rilassata e mai ansiosa, in jeans e Converse, bella come una teenager. E ha pure due cani.
  9. Se rinasco voglio essere sicura di me. Va bene “abbi dubbi”, ma ho passato una vita ad avere dubbi su me stessa senza mai sentirmi in grado, all’altezza, degna di. L’autostima, nella mia prossima vita, sarà una certezza. Altrimenti non mi prendo nemmeno la briga di rinascere.
  10. Se rinasco, non voglio più sognare di rinascere per fare cose che non ho saputo fare. Se rinasco, sarò felice della mia nuova vita e non chiederò di più.
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Gli amici diventano nonni (ma è andata così)

Succede sempre più spesso. Mi arriva un messaggio da una/un amica/o con una scia di cuoricini per comunicarmi che la figlia (o il figlio) aspetta un bambino. Di conseguenza l’amica/o diventa nonna/o. E ha la mia età.

Sono quei momenti in cui, come nei film, mi passa davanti agli occhi la mia vita. A un certo punto ho deciso di volere un figlio senza volerlo sul serio. Ci ho comunque provato lasciando fare alla natura, che però si è rifiutata di compiere il suo dovere. Ho cercato di convincermi che dovevo avere un figlio e ho deciso di averlo con analisi dolorose e punture di ormoni, prescritte da medici che mi guidavano verso costosi interventi di fecondazione assistita. Ho pianto molto e poi mi sono arresa. Ho sanguinato talmente tanto che mi hanno ricoverata in ospedale per dieci giorni.

Non si può volere una cosa senza volerla sul serio. Non ci si può allineare a un modello se dentro non si ha nulla in comune con esso. Hai voglia a cercare ‘sto senso materno, io non l’ho mai trovato. Non ho mai avuto il batticuore a guardare un neonato o un bambino piccolo. Nessun impulso alla tenerezza, nemmeno a una carezza. Ho pensato che forse mia madre non mi avesse passato quest’attitudine femminile. Ma perchè dare la colpa a lei? E poi mia sorella aveva avuto una figlia. Quindi il guasto ce l’avevo io, il meccanismo inceppato era roba mia.

Poi mi è arrivato addosso il treno della sclerosi multipla. Che peraltro non mi avrebbe impedito di avere bambini. Ma era una buona scusa. E poi avevo già quarant’anni. Eppure come può una donna non sentire l’urgenza irrefrenabile di fare un figlio, oltretutto avendo accanto un uomo gentile e amorevole?

Già. Come può? Quale aridità d’animo nasconde? Quale assenza di sentimenti? E quale potentissima forza le ha bloccato il processo naturale che fa andare avanti il mondo e la natura stessa?

MI trovo ora a guardare con una punta d’invidia gli amici che si commuovono per i figli che si laureano, che fanno il lavoro dei loro sogni, che li rendono nonni e proseguono la specie.

Chissà cosa avrei provato io, a vedere un figlio che si realizza.

foto di Keenan Constance su Pexels.com

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Che resterà dei nostri amori?

California Kiss, Santa Monica, 1956 – Elliott Erwitt ©Magnum Photos

Que reste-t-il de nos amours? è una canzone francese del 1942 di Charles Trenet. Mia mamma, che amava cantare, ogni tanto la intonava quando – forse – si sentiva un po’ malinconica. Questa canzone ce l’ho in testa da stamattina, si è affacciata con garbo e mi ha accompagnata per tutto il giorno.

E così mi sono chiesta Che resterà dei nostri amori? Non poco, credo. Io ce li ho scolpiti dentro. Se mollo un po’ la presa, posso lasciarmi andare a un’ondata di ricordi che mi riaccende quel “frìccico nel còre” sepolto sotto gli anni, la polvere, i dolori, le necessità.

E’ questa la grande ricchezza che mi hanno lasciato i miei amori. Indomiti luccicanti ricordi che arrivano in soccorso quando la mente scivola in una selva di pensieri che feriscono. Mi piace ripensare alle risate, alla musica, alle sciocchezze, ai bigliettini, al batticuore, agli sguardi, agli abbracci, al piacere.

Niente di speciale, niente di unico. Cose banali, comuni a tutti, ma molto preziose per me, perché sono ancora in grado di riaccendere quella fiammella che basta soffiarci sopra e scompare, ma invece è sempre lì, birichina e ammiccante, pronta a raccontarmi di quanto la passione non la puoi fermare con niente, che nemmeno la marea a Venezia, altro che Mose. E di quanto sia stato illuminante e appagante averla provata, assecondando la corrente.

Di quegli amori – che avevano l’allegra irruenza di un torrente di montagna – resta la purezza, l’incoscienza, lo stupore, la bellezza. E’ un patrimonio gigantesco, una riserva di magnifici istanti che sono lì a brillare quando dentro si fa buio.

Avalon Jazz Band, Que reste-t-il de nos amours? (Charles Trenet), 2015, video da youtube
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La 500 targata Roma 67

500 fiat

Qualche anno fa qualcuno mi disse che somigliavo a una Ferrari che si comportava come una Cinquecento. Io non ho nulla contro le Cinquecento, figuriamoci, è stata la mia prima macchina. Era targata Roma 67… e poi non ricordo altri numeri. Per mettere le marce dovevo fare la famosa doppia debraiata, ovvero quel veloce gioco di frizione e acceleratore che permetteva di ingranare la marcia senza danni.

L’automobilina era bianca e aveva gli sportelli a vento, ovvero con le cerniere posteriori. L’avevo in affidamento da mia madre. Ho rischiato varie volte di ammazzarmi, con la graziosa macchinetta, perchè ci ho fatto qualche testacoda scivolando sulle rotaie del tram. Su questi emozionanti accadimenti ho taciuto con i miei genitori, altrimenti mi sarei beccata una sgridata epocale. I miei erano così: se mi facevo male mi rimproveravano (e mi disinfettavano  le ferite con l’alcool a pioggia).  

Mia madre, che era un’adorabile svitata, qualche volta ci pigiava dentro la Cinquecento in sei (lei alla guida, io. mia sorella, la vicina di casa e i suoi due bambini) e ci portava a “cambiare aria” a La Storta, un paese a pochi chilometri da casa, ma fuori dal cartello “Roma”. Ci sembrava davvero di fare una gita lontani da casa e ci divertivamo in quell’impresa da Guinness dei Primati, sicuri che la Cinquecento ci avrebbe portati sani e salvi dovunque. Anche se a 40 chilometri all’ora.

La Cinquecento non c’è più ma forse le ho copiato il comportamento. Poca velocità, grande resistenza. E anche se davvero ho il motore della Ferrari, bé, sono a posto così.

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Natale in casa mia (e dei vicini)

babbo natale

Quand’ero  piccola, qualche giorno prima di Natale mio padre mi portava dove lavorava perchè c’era Babbo Natale (cioè un tizio vestito di rosso con barba bianca e cappello col pon pon) che consegnava ai figli dei dipendenti i “pacchi” aziendali contenenti di solito un panettone (che a casa mia non piaceva a nessuno) e altri dolci festivi. Papà lavorava alla Squibb, potente industria farmaceutica. Io odiavo quel Babbo Natale perché mi terrorizzava.

Quindi, quando dovevo fare quell’accidenti di foto in braccio a lui armavo un casino che la metà bastava. Mio padre, che non aveva un’indole conciliante e comprensiva, s’incazzava per i miei capricci che gli facevano fare una brutta figura davanti ai colleghi, e mi fulminava con lo sguardo, per poi sibilare minacce tra i denti e nominare qualche divinità, ma non per ingraziarsela. Poi ritiravamo il pacco offerto dall’azienda e tornavamo a casa in silenzio. 

Anni dopo, il Natale assunse tutto un altro aspetto: festoso, allegro e profumato. Eravamo molto legati ai nostri dirimpettai, una famiglia mix formata da Valerio, romano de Roma, nato a Borgo Pio, quartiere adiacente a San Pietro, professione barman, e Ines, friulana doc, nata a Pordenone, casalinga ex ristoratrice nel locale della sua famiglia su al nord. Avevano due figli: Laura, mia coetanea, e Luca, più piccolo. Laura e io siamo cresciute insieme, ma io ero più monella mentre lei più seria e responsabile. Anche perchè, quando i suoi presero un bar dove iniziarono a lavorare entrambi dall’alba alla sera inoltrata, lei dovette crescersi da sola il fratellino e questo la rese adulta prima del tempo.

Insomma, il 25 dicembre ci riunivamo tutti insieme, noi (io, mia sorella e i genitori) a casa dei nostri vicini o viceversa. Mio padre era incazzato già dal giorno prima, perché detestava le feste e le riunioni familiari. Ma a nessuno importava: eravamo tutti elettrizzati all’idea di condividere un pranzo smisurato, tra risate, battute e vino buono. Più spesso, andavamo noi dai dirimpettai che, pur se stremati da una settimana di lavoro intenso al bar, incredibilmente si rilassavano cucinando per tutti. Era bello stare con i vicini, in un’atmosfera serena e un po’ brilla, tanto che a mio padre passava presto l’incazzatura e si univa ai brindisi e alle risate. Piatti immancabili del menu dei vicini erano le fettuccine al ragù e l’arista di maiale al latte con piccoli funghi interi cotti al forno, più altre seimila pietanze che apparivano qua e là durante il pasto. Nel tempo, si aggiunsero alla tavolata Benedetto, il compagno di Laura, e Riccardo, il mio. 

Seguivano poi mandarini e frutta secca, e quindi una quantità inverosimile di dolci: i vicini, avendo un bar, portavano al pranzo di Natale le novità del momento. Per primi, forse, abbiamo assaggiato i torroncini Condorelli e il panettone Le Tre Marie, marchi allora sconosciuti a Roma. E poi, l’apoteosi della leccornia natalizia era il torrone Feletti, fatto a Pont Saint Martin, in Valle d’Aosta, con cioccolato e nocciole di una bontà assoluta. Valerio poi sfoderava l’arma finale: una serie di liquori speciali che, da esperto barman, conosceva solo lui, tra cui primeggiavano le grappe artigianali. “Questo lo dovete assaggiare!” diceva, versando nei bicchierini il distillato da provare. Il tasso alcoolico era elevato, ma nessuno stava male. Al massimo ridevamo un po’ di più. Poi Ines caricava varie macchinette del caffè che serviva in graziose piccole tazzine del servizio buono.

Poi si passava ai giochi delle feste. A mercante in fiera, Valerio era il Mercante e conduceva il gioco in maniera spassosa e avvincente. Forse era proprio quello il momento più divertente della festa. A sette e mezzo vinceva quasi sempre Ines, che chiedeva al Banco la sua carta di gioco coperta, scoprendo quella che aveva. “Cinquanta lire e carta coperta!” diceva, e ci potevi scommettere che sarebbe stata la Matta, ovvero il Re di Denari. Un altro giro di caffè e di torrone Feletti accompagnava quel paio d’ore di giochi natalizi.

Mio padre è morto tanti anni fa, per una cardiopatia complicata da una Epatite C mai rilevata. Lo stroncò un’ascite inarrestabile. Anche mia madre è morta per  Epatite C che le ha compromesso fegato e pancreas e se n’è andata per coma diabetico: una varice esofagea le si è aperta e l’ha soffocata. Probabilmente entrambi avevano contratto la C in ospedale, durante degli interventi. Valerio è morto da diverso tempo. Un tumore allo stomaco se l’è portato via in due anni, fino a ridurlo al lumicino. Ines ha perso la memoria. Esce solo con la badante perchè potrebbe smarrirsi anche sotto casa. Però sorride sempre. Benedetto è morto un anno fa, per un cancro alla tiroide al quale ha sempre sorriso, per non dargliela vinta nemmeno all’ultimo respiro.

Non c’è più nemmeno il torrone Feletti: la ditta è fallita e lo stabilimento con i macchinari è stato rilevato da una holding olandese. 

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La volta che parlai con la Carrà

raffaella

Era difficile schiodarmi dalla mia scrivania: se c’era da fare una intervista ci mandavo i collaboratori. Non m’importava niente di conoscere cantanti, attori, stelle della tv. A me interessava solo avere l’articolo da pubblicare, senza perdere tempo a parlare con l’artista. E poi temevo che se fossi uscita un paio d’ore per andare a fare l’incontro, l’avrei pagata in termini di lavoro accumulato da smaltire. In realtà non ero capace di organizzarmi o di fare la tipa che gira col registratore sgomitando e poi si fa strada nell’ambiente (e magari trova un altro posto di lavoro). No, io me ne stavo incollata alla sedia, in redazione fino alla morte. Al massimo, le interviste le facevo al telefono. 

Una volta però contravvenni a questo mio stupido comandamento e osai uscire dalla tana per andare a fare un incontro eccezionale. La casa discografica BMG presentava l’album “Fiesta – I Grandi Successi” realizzato per celebrare i 30 anni di carriera di Raffaella Carrà. Alla presentazione ci sarebbe stata LEI in persona! Io ho un’adorazione per Raffa, è la diva pop per eccellenza, la stella che ha conquistato il popolo. Più pop di così! Gli abiti luccicanti, i balletti scatenati, le canzoni sfacciate e un po’ assurde, il caschetto biondo liscissimo,  i suoi modi simpatici e schietti… Cavolo, non potevo perdermela

L’evento si sarebbe tenuto all’Auditorium Rai del Foro Italico. Entrai un po’ emozionata. Trovai un posto abbastanza vicino al tavolo dove si sarebbe sistemata LEI per la conferenza stampa. Però ero arrivata presto, così approfittai per fare un giretto in quel posto famoso dove si registrava “Carràmba che sorpresa”. Salii una scala e… da quella scala scendeva LEI, in un abito rosso fuoco, capelli perfetti, carisma a diecimila, aura di magia. Riuscii a dirle solo “Buongiorno!” e lei rispose “Buongiorno” col tono professionale di chi, di buongiorni, ne dice almeno seicento al giorno.

Durante la conferenza, LEI parlò della sua carriera e delle sue canzoni. I giornalisti le facevano domande intriganti e tecniche. LEI rispondeva educatissima e sorridente. Perfetta. Presi il coraggio a due mani e riuscii a fare anch’io una domanda. Mi presentai, la informai che lavoravo per una rivista per teen agers e le chiesi: ” Signora Carrà, cosa prova ad essere un modello per tante giovanissime che sognano di diventare come LEI, famose e amate in tutto il mondo?”. Il riferimento alle ragazzine le piacque e si disse orgogliosa di rappresentare un esempio per loro. Me ne tornai in redazione felicissima, stringendo la statuetta di Raffaella che mi aveva dato Antonietta, la discografica della BMG, insieme a una copia del cd.

Uau! Avevo parlato con la Carrà (e lei mi aveva pure risposto)!

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Il chitarrista del mio cuore

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Ho sempre amato la musica: da ragazzina restavo incollata alla radio per ascoltare Per Voi Giovani, SuperSonic-Dischi a Mac 2, PopOff, ma anche Hit Parade di Lelio Luttazzi. La mia bibbia era Ciao 2001. Mentre le mie coetanee sospiravano con Questo piccolo grande amore di Baglioni, io a 12 anni ascoltavo Stairway to heaven dei Led Zeppelin. Non ero tanto normale. Avevo tappezzato la mia stanza di foto di Peter Gabriel e David Bowie. Per i Genesis ho avuto subito un amore smisurato, per Ziggy Stardust una vera passione. Amavo gli America, gli Eagles, Simon & Garfunkel  ma sopratutto Crosby, Stills, Nash e (tantissimo) Young. Suonavo le loro canzoni alla chitarra, con risultati discutibili.

Verso i vent’anni mi folgorai per una band inglese che scoprii alla fine del ’79, i Dire Straits. Persi la testa per la loro musica e per il loro frontman, Mark Knopfler, chitarrista sopraffino dal tocco morbido e la voce seducente. Comprai i loro album e li consumai sul giradischi, imparai le canzoni a memoria, cercai materiale e interviste su di loro.

Un giorno il mio amico Simone, che faceva la guardia giurata alla Rai, mi spifferò che i Dire Straits erano attesi come ospiti a Disco Ring e che sarebbero passati dall’ingresso di Via Teulada. Mi disse di andare, che avrebbe trovato il modo di farmeli incontrare. Ero emozionatissima, mi piazzai all’ingresso della Rai insieme a un mucchio di ragazze impazienti ed eccitate. Prima dei Dire Straits, arrivò un’altra band a me sconosciuta: erano dei ragazzi molto belli, stilosi, altissimi (tranne uno). Erano i Duran Duran ma, dato che io ancora non li conoscevo, li feci passare senza troppo interesse.

Poi arrivarono i Dire Straits. Io vidi solo lui, Mark Knopfler, di cui ero innamorata persa. Altissimo, elegante, cortese, si fece largo nella calca con il carisma di un messia. Io lo avvicinai, gli dissi Mr Knoplfer, you are the best” e gli strinsi la mano. Mentre tutte le ragazze intorno si facevano fare un autografo, io rimasi pietrificata a fissare il “chitarrista del mio cuor” che entrava negli studi lasciando dietro di sé una scia di piccole note scintillanti. O almeno così mi sembrò.

Lo vidi in concerto due anni più tardi, all’Ippodromo delle Capannelle, in un live epocale di cui ho un ricordo vivido: mi parve di cadere in una specie di trance mistica alla prima canzone, “Once upon a time in the west”, dalla quale mi ripresi solo dopo le ultime note del pezzo ci chiusura, “Local Hero”. Per tutto il live ero stata a pochi metri da Mark, sotto il palco, a fissarlo adorante, mentre lui accarezzava la sua Fender rossa e bianca. Sono sicura che quell’8 luglio 1983 lui abbia suonato solo per me. 

Oggi è un anziano signore di 72 anni che suona ancora come un giovincello. 

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La mia amica geniale

io e stella piccole

Quando mi hanno licenziata, nel 2009,  mi sentivo come se mi avessero menato un paio di picchiatori professionisti. Dolorante e intontita. Ho passato settimane in sospensione, cercando di riacchiappare i pezzi della mia vita per ricomporli. Poi è arrivata la mia Amica. E’ un’Amica di quelle amiche così fighe che quando le stai accanto diventi una specie di entità trasparente. Ma non te ne importa, perchè la tua Amica è davvero così figa che t’illumina con la sua luce e ti fa diventare visibile. Non tanto perchè sia bellissima, ma per la sua forza interiore, la sua capacità di emergere dalla massa, la sua geniale indole artistica e la sua irresistibile simpatia. Io stavo uno schifo, lei mi ha raccattata e mi ha dolcemente coinvolta nei suoi progetti artistici.

E comincia per me un’avventura che mai avrei immaginato di poter vivere. Assisto, giorno dopo giorno, alla costruzione di un giovane artista, già dotato di suo di un talento smisurato ed una personalità carismatica, ma acerbo, impreparato, spigoloso. L’Amica lo plasma, lo forgia, lo allena, lo sgrida e lo loda, gli insegna a cantare, a muoversi, a vestirsi. Gli scrive le canzoni. Poi c’è l’Autore che, seduto al pianoforte, crea melodie e compone musiche per il Ragazzo. Lo prepara a partecipare alle selezioni per un talent show. Il Ragazzo ha il numero 12501. Non solo  passa tutti i provini, ma vince quell’edizione. E quindi va a Sanremo.

Piero, Marco, Massimo, Stefano, Silvia, Stella e io prima di Sanremo 2010

Il team di lavoro si mette all’opera, le canzoni probabili sono diverse, poi si riducono a due. Un pomeriggio si decide di mettere ai voti quale brano presentare al festival. Votiamo tutti, produttori, editori, musicisti. Io scelgo quello più melodico, troppo prudente come al solito. Vince la canzone più forte, più grintosa, più innovativa. E’ “Credimi ancora”. La mia amica assiste il ragazzo fino a un secondo prima che entri in scena e gli trucca gli occhi con  la matita nera. Lui arriva sul palco dell’Ariston con un fascino speciale e incanta tutti. Arriva terzo. Un trionfo. 

Stella, Zed, io, Piero

Si girano i video, la mia Amica li pensa e li fa realizzare. Si organizzano i concerti, sold out ovunque, e la mia Amica vuole fare degli eventi speciali ad ogni data: pensa di far arrivare un ospite a sorpresa sul palco. A sorpresa soprattutto per il Ragazzo, che non immagina chi salirà accanto a lui. Mi do da fare per coinvolgere altri artisti. Convinco Alex Britti a Roma, che entra suonando la chitarra. E invito Tullio De Piscopo a Napoli, che si siede alla batteria e trascina tutti a ballare e cantare. Penso di non essermi mai divertita in vita mia come in quei giorni. 

Ma il Ragazzo, diventato una star, fugge verso qualcosa di più “istituzionale”. La mia Amica ci sta male. Ma volta pagina e ricomincia a lottare, a pensare, a inventare. Decide di produrre una boyband, ma questa è un’altra storia. E un giorno, all’improvviso, l’Autore vola lassù, a comporre canzoni per qualcuno di molto, molto importante. L’Amica piange tutte le sue lacrime ma reagisce con la tenacia di una quercia durante una tempesta che vorrebbe strapparle le radici. Come fa sempre. Per questo è Amica mia.

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Quand’ero piccola così

Talvolta vorrei tornare indietro nel tempo e rivivere i miei anni migliori, quelli che in quel momento mi sembravano una vera schifezza. Il primo amore che mi prestava i dischi di Jimi Hendrix ma io ascoltavo Loy & Altomare, la neve sulla tenda in una mattina gelida di un campo scout, il Boxer Piaggio che si fermava quando non doveva (e sempre sotto la pioggia), le assemblee al liceo Castelnuovo dove invece di andare a sentire mi mettevo seduta sul prato con le amiche aspettando che il bello della scuola arrivasse sul suo Ciao bianco. Lo Zippo che faceva una fiamma bellissima, le sere passate a sentire Radio Città Futura e le prime Radio Libere, il quotidiano Lotta Continua comprato per darmi un tono senza mai leggerlo, il film Fragole e Sangue visto al Cineclub Tevere con le lacrime sul finale. 

In foto, io sono quella col fiore tra i capelli.

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C’eravamo tanto amati

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Del settimanale Cioè – che il 7 ottobre 2020 ha compiuto 40 anni – mi sono occupata per oltre 20 anni come caporedattore, fino al 2009. Il direttore (a parte un periodo infernale con un megalomane che si credeva chissà chi, oggi ben collocato al Tg2) era un nome messo lì per formalità. Prima di me ci sono stati i “padri fondatori”, dopo di me altri “addetti” che ancora lo tengono in vita. Nei tanti anni nei quali me ne sono occupata non sono stata sola: con me c’erano altre quattro persone, un piccolo gruppo di tre donne e un uomo a cui ho voluto molto bene e al quale ho rotto i coglioni in maniera esagerata. Individuavamo idoli e tendenze e li seguivamo come segugi, pensando a chi avrebbe sfogliato quelle pagine, ragazzine non più bambine e non ancora donne.

Cosa si provava quando si metteva insieme un numero di Cioé? Una lieve euforia e l’emozione di vedere le tue idee, e quelle degli altri, concretizzarsi in un articolo commissionato ai collaboratori o scritto da noi sulle macchine per scrivere Olivetti Lettera 35. E facevamo largo uso di bianchetto. Ci mettevamo i sommari, i titoli, le foto, mandavamo i testi alla fotocomposizione e tornavano indietro le “strisciate”. La nostra grafica impaginava i testi ritagliati e incollati sui menabò e le immagini schizzate dando loro un senso e un’armonia. Preistoria. Poi arrivarono i McIntosh.

Per Cioè hanno scritto tanti che poi sono diventati qualcuno e lavorano in testate importanti.  Per Cioè hanno disegnato in tanti, per le illustrazioni o per quelle quarte di copertina che diventavano tanti piccoli adesivi, una settimana, 52 idee diverse l’anno. E anche di più. Tante volte la facevamo con le foto. Qualcuno di quei formidabili disegnatori oggi è molto famoso come attore comico e musicista in coppia con un altro dei nostri geniali illustratori di allora.

madonna

Ho visto nascere superstar come Madonna, Duran Duran, Eros Ramazzotti, Fiorello, George Michael. E le boyband? New Kids on the Block, Duran Duran, Spandau Ballet, Backstreet Boys, Take That, gli attori come Tom Cruise, Brad Pitt, River Phoenix, Zac Efron. E Leonardo DiCaprio con la Titanic-mania. La potenza di MTV, il boom di telefilm come Bevery Hills 90210, la febbre delle soap opera come Beautiful, l’esplosione di Non è la Rai. E le lettere delle lettrici, scritte con le penne colorate, le rubriche più intime, dove si parlava di sentimenti, sesso, amore. E i test. Ne mettevamo anche cinque a settimana. 

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La copertina più bella per me? Quella con Jovanotti e Roger Rabbit insieme. Per un sacco di motivi. Andai a vedere l’anteprima del film con un collega e al buio presi appunti per farne poi la fotostoria su Cioè, una specie di piccolo fotoromanzo che raccontava il film-evento di quell’anno, 1988. Fotoromanzo, che termine arcaico. Eppure era uno dei punti di forza del giornalino. Insieme ai 4 poster, ai supplementi cartacei (come l’album delle figurine di Non è la Rai, un lavoro colossale), e ai gadget, i regalini per i quali le teen agers impazzivano e che venivano fabbricati in Cina, forse ancor prima che tutto il mondo facesse costruire lì grandissima parte dei propri oggetti così da non poterne più fare a meno.

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Durante quegli anni, per noi della redazione ci sono stati amori, matrimoni, figli, tradimenti, sconfitte, vittorie, partenze, arrivi. E gioie, dolori, delusioni brucianti e momenti esaltanti. Divertimento, complicità e liti furiose. C’è stata vita.