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Quello che mi manca

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Se c’è una cosa che mi manca tantissimo del lavoro di prima è stare insieme con altre persone. Salutarsi al mattino, prendere un caffè alla macchinetta, ridere di cose sceme, discutere e litigare su cose importanti (e anche stupide, in alcuni casi). Mi manca proprio quel momento in cui giravo lo sguardo e vedevo la collega vicino a me sulla destra, poi quella in fondo, e ancora l’altra davanti. Era rassicurante, confortante, piacevole. Anche se, avendo io un brutto carattere (e chissà se allora qualche macchiolina non alterasse anche quello, oltre la vista), non rendevo loro la vita facile. Però il doloroso senso di assenza testimonia quanto fosse forte il legame che provavo. Non so se fosse vero affetto o abitudine, ma che importa?

MI manca lavorare a un progetto comune e condividerne la creatività, la fretta, le arrabbiature. Mi manca il contatto anche fisico con le persone con cui lavoravo, l’abbraccio, il bacio, la pacca sulla spalla. Il buongiorno al mattino. Le feste di compleanno fatte quasi in segreto con cose buone da mangiare portate di soppiatto. E le loro voci. Pensavo durasse tanto. Invece ho perso tutti in un attimo.

Lavorare da soli non è bello. Lo faccio, ma non mi piace. Ora che ho qualcosa di nuovo da fare, provo a conoscere in qualche modo le persone che lo fanno con me, ma da lontanissimo. Le trovo sui social, ci scambiamo cuoricini. Colleghe mai viste ma in qualche modo già vicine. E ancora mi batte il cuore.

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Di nuovo a teatro, con JCS

Il gran finale di “Jesus Christ Superstar” al Sistina

Ieri sera siamo tornati a teatro dopo due anni di serate “divano e tv”, in cui non abbiamo frequentato posti affollati per evitare il contagio che poi ci ha beccati lo stesso. Siamo andati a vedere Jesus Christ Superstar, storica opera rock che, grazie al film omonimo tratto dal musical originale, ha formato la nostra adolescenza. E’ stato bellissimo entrare al Teatro Sistina, tempio del musical italiano da decenni, e andarsi a sistemare nelle poltroncine rosse sempre uguali, non troppo comode ma ci piacciono così. Sul palco lo stesso Ted Neeley di sempre: ha 78 anni ma canta (e si muove) con il carisma e la forza di quando ne aveva 30 e interpretava Gesù nella pellicola di Norman Jewison del 1973.

Noi nelle poltronissime (una volta che si va a teatro si prendono i posti migliori)

Il musical è grandioso, i protagonisti fenomenali (tra cui Frankie Hi Nrg che interpreta Erode), l’atmosfera è elettrizzante e familiare: ci si sente parte della grande comunità di quelli che hanno visto il film almeno venti volte e lo sanno a memoria. Il pubblico è quasi tutto di un’età riconducibile al fatto che Jesus Christ Superstar sia stato visto per la prima volta intorno ai 20 anni, quando uscì nel cinema. Noi abbiamo cantato per quasi tutta la rappresentazione. Ci siamo divertiti, emozionati, commossi anche per i ripetuti omaggi all’Ucraina.

Però, da atea, voglio fare una considerazione sulla vicenda di Gesù. La domenica prima tutti a festeggiarlo urlando “Osanna!”, pochi giorni dopo tutti a odiarlo urlando “Crocifiggetelo!”. La gente è così. Oggi ti ama, domani ti vuole vedere morto.

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Non è mai troppo tardi per vivere un’infanzia felice

Con questa frase il mitico Carlo Massarini chiudeva il suo “Mister Fantasy”. Nel rispetto di questa filosofia che ho fatto mia da anni, ho comprato una scatola di Lego. Era tanto tempo che volevo farlo, e l’occasione è arrivata quando IBS ha proposto alcune confezioni in offerta. Ho preso il Lego della serie tv “Friends” (una delle mie preferite), che riproduce il “Central Perk” dove Rachel, Monica, Chandler, Phoebe, Ross e Joey bevono caffè e chiacchierano. Ci siamo messi a costruire la scena io e Riccardo, lui montava i pezzi e io li dividevo per colore. Sono state ore bellissime di relax mentale, condivisione e divertimento.

Temo che comprerò qualche altra scatola di Lego a tema. Certo, non è un passatempo creativo, tu devi solo montare gli elementi seguendo attentamente le istruzioni, però è bello vedere come cresce la costruzione man mano che ti districhi da quel mare di pezzettini colorati. Da piccola avevo delle costruzioni bellissime, erano solo mattoncini rossi di quattro misure. Ci facevo palazzi, villette, rifugi e casette. Il Lego di oggi ti guida e ti impone di assemblare qualcosa che hanno pensato i suoi ingegneri. Ma va bene lo stesso per vivere un’infanzia felice.

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Chi si salverà?

L’Articolo 11 della Costituzione dice: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Però è stato appena approvato l’aumento delle spese militari dagli attuali 68 milioni di euro al giorno a 104 milioni al giorno. Essere pacifisti è un’utopia? Sperare in un mondo senza guerre è un’amena favoletta? La guerra è talmente radicata nel cervello umano che, da sempre e ovunque, è il modo con cui le popolazioni hanno tentato di dominarsi a vicenda. Per i soldi, per il potere, per l’ambizione, per il territorio, per la religione. Di guerra dovremo finire, in un olocausto totale che finalmente ci spazzerà tutti via dal Pianeta. Risorgeranno solo gli scarafaggi che si erano nascosti in profondità, lontani dalle ricadute radioattive, corazzati e organizzati. Ed erediteranno la Terra, meritandosela.

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Arresti domiciliari

Dall’inizio della pandemia sono stata super-ligia alle regole. Mascherina FFP2 fin dall’inizio, incollata al naso non appena uscivo di casa. Lavaggio delle mani ossessivo, che infatti ormai ho due tozzetti rugosi e pallidi alla fine delle braccia, disinfettante da sala operatoria, solitudine non solo dei numeri primi ma anche di tutti gli altri. Bene. Dopo oltre due anni di guardia altissima, evitando amici, locali, negozi, vicinanze sospette, ho preso il Covid.

Io ho una malattia autoimmune quindi non è che un attacco di un virus furbo e malvagio sia proprio quello che rende felice il mio sistema immunitario. Il covid ha avuto un esordio pirotecnico: febbre a 39, vie respiratorie intasate che manco il raccordo anulare prima di Natale, spossatezza al limite del coma. E tutti a dirmi sei fortunata ad aver fatto i 3 vaccini sennò a quest’ora eri morta o almeno cosparsa di tubi in terapia intensiva. L’idea dei tubi in effetti è piuttosto terrorizzante.

Così io e il socio ci siamo chiusi in casa stile arresti domiciliari, con le bassotte perplesse e poi infastidite dal fatto che non si andava a spasso. I bisogni fateli sui tappetini, ragazze! Mia sorella ci ha lasciato ogni giorno pane e dolci fuori della porta. Ne ho approfittato per dormire tantissimo, guardare la signora Meisel su Prime Video, scrivere e farmi girare le scatole oltremisura, visto che tutte le mie ridicole paranoie non sono servite (quasi) a niente.

Ancora ho qualche sintomo e devo attestare la negativizzazione. In effetti mi sento ancora positiva, ovviamente non nel senso di ottimismo e fiducia nel futuro. Tutta questa storia mi ha dato una grande lezione di vita: se una cosa deve succedere, succede. Ma meglio se sei vaccinata.

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La discesa saponata

Alyssa Monks, “Stare”, olio su tela, 2010

Ho un’amica brillante e intelligente che ha un senso dell’umorismo sottile e pungente. Si chiama Evelina e ha coniato un modo di dire perfetto per descrivere il passare del tempo. “Stai sulla discesa saponata, scivoli giù e non trovi appigli per bloccarti”.

La discesa saponata è la perfetta metafora dell’invecchiamento, ovvero quello stato in cui ormai ti è scaduta la garanzia e non trovi neanche più i pezzi di ricambio. La discesa saponata si fa concreta quando ti guardi allo specchio e sussulti pensando “Ma che cazz… quella sono io?”. Ti tiri su le guance con le mani e ravvisi in quella faccia qualcosa di te ragazzetta, lo sguardo acceso, la bocca morbida. Poi molli la presa e la tua faccia ricorda il crollo di una diga, come cantava De Gregori.

La vecchiaia – ed è questo il nome, inutile girarci intorno – ti avvolge giorno dopo giorno, con la ferrea ineluttabilità del passare del tempo. E somiglia a una di quelle creature orrende che solo la mente di Stephen King può immaginare e descrivere. Hai voglia a mettere creme costose, la forza di gravità chiede il suo tributo ogni giorno. La chirurgia, le punturine? Mezzucci che ti rendono il viso gommoso e irreale – e qui torniamo ai mostri dello scrittore del Maine.

Col tempo io ho cambiato colore, forma, densità. Come diceva Piero Pelù. Il carattere no, è rimasto duro e ombroso, con la differenza che ora mi scatta il “chi se ne frega” con una frequenza estrema. E’ un “chi se ne frega” che si estende a tutto, agli altri, al mondo, a me. E’ una freddezza interiore che si espande come il ghiaccio nel mondo di “Snowpiercer”. E’ brutta. E’ la scomparsa delle emozioni.

Se su “Google Immagini” si cerca “donna vecchia” escono delle foto terrificanti. Volti devastati nella pelle e nella struttura ossea che vanificano i commenti come “è la saggezza che si manifesta” o “è il segno dell’esperienza”. Di Benedetta Barzini ce n’è una. Inoltre con l’avanzare del tempo uomini e donne si somigliano, si confondono, perdono i connotati che li identificano. E per noi c’è di più, perchè la natura ha pensato bene di farci fuori dal giro in maniera più che evidente. I nostri “paesi bassi” progressivamente si cancellano, si sfaldano, si modificano e chiudono col mondo molto prima che chiuda tu. Per la gioia dei produttori di dispendiose creme specifiche per idratare e lubrificare la zona morta.

Ho esagerato? Si può rimediare a tutto questo? Non lo so e non me ne frega niente. Meglio un bicchiere di vino rosato del Salento a 10 gradi.

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Ho studiato con Indiana Jones

Quando mi sono iscritta alla facoltà di Lettere avevo quel gradevole senso di fallimento che mi accompagnava sin da allora (e che non mi ha mai lasciata, ormai è una relazione consolidata). Il motivo? Avevo già provato con Sociologia, non capendoci nulla, e dopo aver buttato un anno tentando di entrare nel mood di Ferrarotti, mi arresi. Sociologia non faceva per me.

Ripiegai su Lettere, ben lungi dal sognare di studiare la storia medievale o la filologia romanza. Avevo adocchiato alcune materie che mi attraevano di più: Antropologia culturale, Etnologia, Religioni del Vicino Oriente Antico, Storia delle Religioni, Religioni dei Popoli Primitivi. Tutte ‘ste religioni non erano dovute al fatto che io fossi credente (non lo sono) ma alla mia curiosità per il modo in cui gli uomini s’inventavano pantheon e aldilà.

Cosa ci avrei fatto con questo indirizzo di studi? Niente, ovviamente. Ma mi pareva super affascinante. Superai due annualità di Antropologia con Cirese, Etnologia con Signorini e varie altre materie tipo Storia del Teatro e dello Spettacolo o Storia del Cristianesimo. Quando approdai alla cattedra di Religioni dei Popoli Primitivi ebbi l’illuminazione, come Jake e Elwood di fronte al reverendo Cleophus James. Era quella la MIA materia!

Il professore ordinario era Gilberto Mazzoleni, uno studioso timido, simpatico e un po’ fuori di testa, storico delle religioni di enorme sapienza. Aveva fatto missioni in America Latina e in Scandinavia, e io beccai le lezioni sui Sami, popolazione della Lapponia. Decisi che mi sarei laureata con lui. Così divenni una studentessa-habitué del dipartimento e iniziai a seguire i seminari di un assistente di Mazzoleni che si chiamava Gerardo Bamonte.

Biondo, non molto alto, barba da esploratore e occhi azzurrissimi, Gerardo divenne il mio mentore e la mia guida nell’affascinante mondo dell’etnologia letta attraverso gli studi storico-religiosi. Simpatico e coltissimo, era stato dovunque ci fosse una popolazione indigena: in Africa, in Asia, in America Latina. Parlava quattro lingue più un po’ di quechua e si occupava di noi studenti come un capo scout segue le sue squadriglie.

Ascoltare le sue lezioni e i suoi racconti era bellissimo, sembrava di vederlo farsi strada nella foresta Amazzonica o nelle paludi del Bengala. Era un convinto sostenitore del diritto all’autodeterminazione di tutte le popolazioni indigene. Abitava a Piazza Verbano e girava su un’impolverata Land Rover anni 60 molto cool sulla quale sono salita una sola volta, aspettandomi di vedere il cappello e la frusta di Indiana Jones sul sedile posteriore.

Gerardo coinvolse alcuni di noi studenti nella creazione di una biblioteca che chiamò Centro Studi Amerindiani, presso la fondazione Lelio Basso in via della Dogana Vecchia, al centro di Roma. Fu il mio primo piccolo lavoro retribuito. Pochi soldi, ma ero felice. Con la prima paga mi comprai un paio di occhiali da sole Persol, molto fighi. Facevo l’archivista bibliotecaria dei materiali sugli indios (riviste e libri) insieme ad un collega di corso, Davide, sotto la supervisione di Gerardo, che mi chiamava “Mon petit chou” quando non capivo qualcosa o combinavo qualche pasticcio.

Mi laureai con la Cattedra di Religioni dei Popoli Primitivi con una tesi intitolata “La ricerca dell’Eldorado: analisi di un fenomeno mitopoietico tra ‘500 e ‘600”, che se provo a rileggerla ora non la capisco. Beccai un 110 e lode credo in base alla fiducia e all’affetto che c’era con Mazzoleni e il suo staff. Non vidi mai più Gerardo. Ho scoperto sul web che se n’è andato nel 2008.

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Mi piace/Non mi piace

Vignetta di Massimo Cavezzali, dal web.
Cavez ti adoro (e lo sai)

Direte che sto sempre a rimestare nel pozzo dei ricordi e in effetti è un po’ così. Nella rivista settimanale per teenager che ho fatto per vent’anni c’era una rubrichetta di una pagina che si intitolata “Ci piace/Non ci piace”. Consisteva in un elenco di cose che le ragazzine apprezzavano o detestavano, tipo Mi piacciono le spalline/Non mi piacciono i colori spenti oppure Mi piacciono i baci/Non mi piacciono le discussioni.

Chissà come sarebbe ora quella rubrichetta. Ci pensavo ieri e riflettevo che fare una lista di cose gradite e non amate sarebbe divertente. E quindi… i dodici MP/NMP del mese.

MI PIACE

  • L’odore della mia cana bassotta Spilla, un misto di biscotto Gentilini e salame Milano.
  • L’odore dell’aria fresca del mattino presto, quando devo uscire alle 6 e mezzo ma prima passo al bar per un caffè.
  • Leggere la sera tardi raggomitolata nel letto.
  • Ascoltare musica anni 80 (ma anche 70 e 60) a volume alto.
  • Fare il pisolino pomeridiano dalle 14,30 alle 15 (con cani accollati).
  • Ridere con gli sketch di Lillo e Greg.
  • Guardare le serie assurde. Ora sono in fissa con Snowpiercer e American Gods.
  • Andare al Teatro Sistina a vedere i musical (quando si potrà).
  • Passeggiare in montagna.
  • L’angolo tondo della pizza bianca.
  • I messaggi inaspettati e carini su whatsapp.
  • Cantare pezzetti di canzoni saltando da un brano ad un altro mentre riordino casa.

NON MI PIACE

  • I cacciatori e i bracconieri.
  • La trap, il rap, l’autotune, il reggaeton.
  • La carne e tutto ciò che è stato vivo e finisce nel piatto.
  • Misurarmi le cose dello scorso anno e vedere che mi stanno strette.
  • Farmi prendere dalla pigrizia.
  • Vedere la ricrescita grigia dei capelli.
  • Fare i bilanci. Ce n’avessi uno positivo, oh.
  • I dolci con la glassa di zucchero.
  • I posti affollati e la metropolitana.
  • Chi guida guardando il cellulare.
  • Il tartufo e l’odore che ha.
  • L’orrido sogno ricorrente in cui continuo a lavorare pur sapendo che sono stata licenziata, oppure vedo tutti gli altri che lavorano e mi guardano con imbarazzo perchè sanno che sono stata licenziata. Argh!

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Pandemic blues

Non è che prima conducessi una vita affollatissima di incontri, impegni, cene, appuntamenti, feste, aperitivi eccetera. Quando tutto è cominciato ero già un’orsa, oltretutto pigra, quindi mi sono detta: vabbè, il lockdown mi fa ridere, io sono già lockdownata di mio; di incontrare le persone non m’importa molto, aperitivi zero, le amiche le sento su whatsapp. In pochissimo tempo però ho amplificato la mia istintiva ritrosia verso il prossimo, la naturale tendenza a stare lontana dalle persone, lo spontaneo passo indietro di fronte al mondo. Si è aggiunta l’occhiataccia di riprovazione a chi non la mascherina, la tiene abbassata sul mento o ce l’ha sotto il naso. Ho sfiorato la rissa quando, al supermercato, ho richiamato all’ordine una tipa che ciarlava al cellulare con la mascherina tirata giù sul collo.

La pandemia mi ha resa ancor più solitaria. La mia innata asocialità si è beata della forzata lontananza dalla “gente”. Aggiungiamoci poi che sono un filino ipocondriaca – ma avendo una patologia autoimmune forse un po’ mi è concesso – ed ecco che questa maledetta “peste del 2021” ha tirato fuori il peggio di me.

Ad esempio, odio quando qualcuno tocca le mie bassotte: avrà le mani pulite? Si sarà disinfettato? Perché non tocca i cani suoi e lascia stare i miei? “Scusi, ora devono mangiare”, dico anche se si sono appena spazzolate due ciotole piene, e le sottraggo alla mano sospetta. Quando mi capita di parlare con qualcuno, indietreggio lentamente ma inesorabilmente fino a rendere inutile la conversazione. Ovviamente sto a casa il più possibile.

Dopo un anno di mascherina-e-amuchina, mi è arrivata la tristezza, il pandemic blues. Un sentore di inutilità in ogni cosa che faccio, compreso questo blogghino. Sarà che mi è diminuito il lavoro, sarà che sto invecchiando, oppure che anche l’allegria si è chiamata fuori per evitare contatti, ma… there ain’t no cure for the pandemic blues.

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I miei film necessari

Ho una manciata di film del cuore che posso rivedere anche mille volte. Eccoli, in ordine casuale e non di preferenza: li amo tutti.

«Fragole e sangue», 1970. Che bella la contestazione giovanile americana, le occupazioni, il college pieno di studenti rivoluzionari innamorati! E che commozione la scena finale, con l’irruzione della polizia mentre i ragazzi inermi cantano «All we are saying… give peace a chance!». Quanto ho pianto!

«Il Laureato», 1969. Da questo film è nato il mio amore per Dustin Hoffman. Il ragazzo che deve inserirsi nella vita normale ma s’innamora della figlia e si fa sedurre dalla madre è una storia assurda ma plausibile. Musiche immortali di Simon e Garfunkel. Di Hoffman ho adorato anche «Piccolo grande uomo», del 1970.

«Woodstock», 1970. Questo documentario sui tre giorni di pace, amore e musica mi fece innamorare del rock. A parte gli spettatori hippy e strafatti ma sorridenti, mi conquistarono le star della musica, Crosby Stills Nash & Young, Ten Years After, The Who, Richie Havens, Joan Baez, Santana, Jimi Hendrix… Che spettacolo!

«Butch Cassidy», 1969. Già la presenza di Robert Redford e Paul Newman insieme bastava a innamorarsi di questo film. Ho adorato i due rapinatori in fuga che si lanciano nel vuoto e Newman in bici sulle note di «Raindrops keep fallin’ on my head» di Buth Bacharach è sublime. Di questi due divi assoluti amo anche «La stangata» del 1973.

«Sacco e Vanzetti», 1971. I grandissimi Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla interpretano gli immigrati anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti che nel 1920 vengono condannati a morte negli stati Uniti. Lacrime a fiumi su «Here’s to you» cantata da Joan Baez.

«Hair», 1979. Una certa predilezione per i fricchettoni mi ha fatto amare questo film dalle musiche incantevoli, manifesto contro la guerra e le convenzioni borghesi. Il personaggio di Berger, interpretato dall’allora fascinoso Treat Williams, ha fatto il resto. Lacrime a fiumi sul finale, ovvio.

«Apocalypse Now», 1979. Ipnotico, drammatico, surreale, terribile. La guerra del Vietnam e le sue conseguenze narrata a partire da «Cuore di tenebra» di Conrad che avevo letto poco prima, è agghiacciante. Ma chi è davvero il folle? «This is the end, my only friend», le musiche dei Doors fanno il resto.

«Frankenstein Junior», 1974. Anche se lo so a memoria devo rivederlo ogni volta che lo danno in tv. Gene Wilder è geniale e Marty Feldman perfetto. Troppo divertente, un must assoluto che non stanca mai. “Potrebbe andare peggio” – “Potrebbe piovere”.

«Guerre stellari», 1977. Amo tutti i personaggi di questo grandioso film, ma Han Solo-Harrison Ford di più. Per me, appassionata di fantascienza, è un must assoluto, bellissimo, sorprendente ogni volta.

«The Blues Brothers», 1982. Ho scoperto questo gioiello qualche anno dopo la sua uscita e me ne sono innamorata. Dan Aykroyd e John Belushi sono i miei eroi e la colonna sonora è strepitosa, con Aretha Franklin, Ray Charles, James Brown. E Carrie Fischer con il bazooka!

«Blade Runner», 1982. Adoro questo film in ogni fotogramma. Storia pazzesca come tutte quelle scritte dal Philip K Dick, uno dei miei autori di fantascienza preferiti. Harrison Ford magnifico, Deryl Hanna magnetica, Ruter Hauer mitico. Il monologo «Ho visto cose che voi umani…» è scolpito nel mio cuore.

«Ghostbusters», 1984. Dan Aykroyd è un attore che adoro, figuriamoci in questo assurdo e esilarante film dove va a caccia di fantasmi con l’immenso Bill Murray e il grande Harold Ramis. Ad una festa di carnevale di quell’anno io e mio marito andammo mascherati da acchiappafantasmi. E vincemmo il primo premio.

…e tutti i film di Fred Astaire!

foto tratte dal web