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Rimpianti, rimorsi o niente del tutto

“Ho cercato di rimanere incinta. È stato un percorso difficile, durato diversi anni. Ho provato anche con la Fivet. Fra l’altro, c’era questa narrativa che mi dipingeva come egoista, concentrata solo sulla carriera. Ora mi sento sollevata perché non c’è più l’incertezza. Non ci devo più pensare, è finita”, Jennifer Aniston, 53 anni, su “Allure”, novembre 2022.

La frase della star di “Friends” sembra detta da me. Non solo non ho avuto figli, ma non ho mai avuto quel desiderio istintivo, quel “battito animale”, quel richiamo profondo ad avere prole. E dire che ci ho provato. Non solo ad averne tecnicamente, ma a sentire anch’io quella spinta irrefrenabile che ha portato tutti gli esseri viventi ad avere una progenie. E’ l’istinto di sopravvivenza, la prosecuzione della specie, la volontà ancestrale che guida il mondo. E’ anche vero che le estinzioni di massa (una fra tutte, quella dei dinosauri) hanno interrotto bruscamente almeno 5 volte l’esistenza di esseri viventi sul nostro pianeta, da circa 450 milioni di fa in poi. E’ bastato un asteroide kamikaze e puff! quasi tutti gli esseri viventi sono scomparsi. Quindi tutto questo sforzo riproduttivo è andato un po’ a farsi benedire. Ma tant’è. Tignosi e testardi, i pochi sopravvissuti hanno continuato a moltiplicarsi e a evolversi per diventare più resistenti, più furbi, più resilienti. Se non avessero avuto l’impulso a riprodursi sarebbe finita lì.

Photo by Mike B, Pexels.com

Invece tutte le mie amiche, di ogni formato fisico e caratura estetica, di ogni ceto sociale, di ogni livello e provenienza, hanno avuto figli. A un certo punto della loro vita hanno sentito il richiamo della natura che hanno seguito con gioia e sono diventate mamme. Chi con parti facili e immediati, chi con travagli epocali e dolori da rimanerci secche (ma tanto dopo non te li ricordi), hanno avuto bambini ai quali (quasi tutte) si sono dedicate con dedizione. Poi, dopo un po’, la loro unione col papà del piccolo è finita, ma che importa: intanto avevano il loro bimbetto e chi se ne frega del padre, che in fondo era pure un rompicoglioni.

Io, zero. Nessun afflato. Nessun impulso. Niente struggimento davanti a un bebè. Cuore di pietra. Mio marito si sdilinquisce di fronte ai bambini e io sono devastata dal senso di colpa di non esser riuscita a dargli un erede – e dal non avere mai avuto l’irrinunciabile chiamata alla riproduzione.

Photo by Nicole Huber, Pexels.com

Parlando con un’amica anche lei senza figli, abbiamo ragionato sulla fine del nostri ceppi familiari. Suo fratello non ha figli, mia sorella una figlia sola che non ha figli, e siamo tutti grandi. Quindi – zac! – siamo due nuclei destinati all’estinzione. “Ne rimarrà uno solo, e poi manco quello”. Ci siamo messe a ridere come due sceme, pensando a questo dio che diceva “Questi mi sono venuti male, li termino”. Io sono atea, lei non so, ma abbiamo la stessa malattia autoimmune. Spesso tendiamo a ridere della vita più che a drammatizzare (inutilmente). E a concludere le riflessioni più con un “chi se ne frega” che con un “che dispiacere!”.

Io rido sulla mia vita, ma se guardo indietro vedo nebbia e foschia, panorami indistinti da cui fuggono ricordi talmente piccoli che non hanno la forza di piantarsi nella memoria come testimonianze di quanto bella ed emozionante sia stata la mia esistenza. Forse è scivolato via tutto anche perchè non ho mai deciso davvero. Né un progetto, né un futuro. Né un figlio.

Soundtrack: RYX, Sweat, video da youtube

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Vorrei, vorrei

Vorrei tornare in quel mondo dove ai compleanni compravi la torta Charlotte, non c’erano i cellulari e te la cavavi con i telefoni a gettone. Se li trovavi.

Vorrei tornare alle estati al mare, a Ostia, dove mio padre ci parcheggiava per due mesi, io mia madre e mia sorella. Il gelato era lo Zatterino (in realtà Camillino, L. 50). Io ero una ragazzina cicciona ma serena, anche se le mie amichette avevano già il filarino e a me non mi guardava nessuno. Andavo in giro in bicicletta su e giù per i cavalcavia e non avevo paura di niente. La paura sarebbe arrivata dopo.

Vorrei tornare in quel mondo dove andavamo in giro su motorini dai nomi buffi, il Ciao, il Corsarino, il Garelli, il Boxer – che era il mio, un maledetto coso verde che si fermava sempre per cause inspiegabili. Imparai a guidare il motorino sui sassolini di Piazza Cavour, istruita da un amico che poi decise da solo della sua fine.

Quando si andava alle Feste dell’Unità dove suonavano i cantautori e si mangiavano panini unti e buonissimi. Tornare alle sigarette MS, che fumava mia madre e poi anch’io. Alle passeggiate lunghissime nei prati e nei boschi dietro casa con la mia amica Laura, senza paura che qualcuno ci aggredisse.

Tornare alla borsa di Tolfa, che esiste ancora ma costa uno sproposito. E anche agli zoccoli neri da femminista, scomodi ma iconici e quindi irrinunciabili. Tornare ai jeans Levi’s o Roy Rogers, che allora mi entravano.

Vorrei tornare alle uscite con mia madre che, dovunque andavamo, rubava qualcosa. Una volta in un ristorante del centro si portò via con nonchalance una tovaglia da 12 con tutti i tovaglioli. In un bar di Piazza Navona trafugò sorridendo 6 sottobicchieri di metallo. Nessuno la beccò mai.

Vorrei tornare alle domeniche mattina a Porta Portese, quando ci si trovava davvero di tutto e ci compravamo le camicie da uomo americane usate che ci parevano bellissime. Mia madre colpiva anche lì.

Vorrei tornare al Cineclub, un posto sotterraneo dove proiettavano film-pietre miliari che non potevi non vedere. Ci vidi “Fragole e Sangue”, “Piccolo Grande Uomo”, “Il Laureato”, “Butch Cassidy e Billy The Kid”, Woodstock”.

Vorrei tornare all’Università e a quella dimensione di sapienza, cultura, curiosità e cioccolata calda alla macchinetta al secondo piano. A quei professori scombinati che mi affascinavano con le loro lezioni. Mi ero affezionata a loro, e forse loro a me. Almeno uno.

Vorrei tornare a suonare la chitarra con gli amici, sgolarsi nel ritornello di “Contessa”, cantare le lunghissime canzoni di Guccini che, non si sa come, sapevamo tutte a memoria. Vorrei tornare a quel momento magico in cui suonai “Right between the eyes” per un amico che voleva conquistare un deliziosa ragazza, Cosetta, e con quella dolce canzone ci riuscì.

Vorrei tornare a sedermi la sera intorno ad un fuoco, in silenzio, fissando le fiamme agili e leggere, con un’inspiegabile malinconia nel cuore.

Vorrei tornare a passare le notti a chiacchierare e a fumare, a divertirmi al concerto di Edoardo Bennato, a gustarmi la pizza di Baffetto a Via del Governo Vecchio, a sentire i Led Zeppelin, i Genesis, Simon & Gafunkel. E “Supersonic” alla radio.

Vorrei tornare a camminare con lo zaino pesante sulle spalle e avere la sensazione di essere speciale.

Vorrei tornare a emozionarmi, a indignarmi, a scendere in piazza. A credere in un ideale. Vorrei tornare a sentire quella forza interiore che mi scuoteva e mi faceva muovere, ma anche fare cazzate colossali, con la costante che non ho mi imparato dai miei errori.

“Vorrei poter tornare indietro. Vorrei avere ancora 18 anni e la vita davanti tutta intera”. Marisa (Sabrina Ferilli) in “Ferie D’Agosto” di Paolo Virzì, 1995

La scena dei desideri durante la notte delle stelle cadenti

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Quello che mi manca

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Se c’è una cosa che mi manca tantissimo del lavoro di prima è stare insieme con altre persone. Salutarsi al mattino, prendere un caffè alla macchinetta, ridere di cose sceme, discutere e litigare su cose importanti (e anche stupide, in alcuni casi). Mi manca proprio quel momento in cui giravo lo sguardo e vedevo la collega vicino a me sulla destra, poi quella in fondo, e ancora l’altra davanti. Era rassicurante, confortante, piacevole. Anche se, avendo io un brutto carattere (e chissà se allora qualche macchiolina non alterasse anche quello, oltre la vista), non rendevo loro la vita facile. Però il doloroso senso di assenza testimonia quanto fosse forte il legame che provavo. Non so se fosse vero affetto o abitudine, ma che importa?

MI manca lavorare a un progetto comune e condividerne la creatività, la fretta, le arrabbiature. Mi manca il contatto anche fisico con le persone con cui lavoravo, l’abbraccio, il bacio, la pacca sulla spalla. Il buongiorno al mattino. Le feste di compleanno fatte quasi in segreto con cose buone da mangiare portate di soppiatto. E le loro voci. Pensavo durasse tanto. Invece ho perso tutti in un attimo.

Lavorare da soli non è bello. Lo faccio, ma non mi piace. Ora che ho qualcosa di nuovo da fare, provo a conoscere in qualche modo le persone che lo fanno con me, ma da lontanissimo. Le trovo sui social, ci scambiamo cuoricini. Colleghe mai viste ma in qualche modo già vicine. E ancora mi batte il cuore.

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Di nuovo a teatro, con JCS

Il gran finale di “Jesus Christ Superstar” al Sistina

Ieri sera siamo tornati a teatro dopo due anni di serate “divano e tv”, in cui non abbiamo frequentato posti affollati per evitare il contagio che poi ci ha beccati lo stesso. Siamo andati a vedere Jesus Christ Superstar, storica opera rock che, grazie al film omonimo tratto dal musical originale, ha formato la nostra adolescenza. E’ stato bellissimo entrare al Teatro Sistina, tempio del musical italiano da decenni, e andarsi a sistemare nelle poltroncine rosse sempre uguali, non troppo comode ma ci piacciono così. Sul palco lo stesso Ted Neeley di sempre: ha 78 anni ma canta (e si muove) con il carisma e la forza di quando ne aveva 30 e interpretava Gesù nella pellicola di Norman Jewison del 1973.

Noi nelle poltronissime (una volta che si va a teatro si prendono i posti migliori)

Il musical è grandioso, i protagonisti fenomenali (tra cui Frankie Hi Nrg che interpreta Erode), l’atmosfera è elettrizzante e familiare: ci si sente parte della grande comunità di quelli che hanno visto il film almeno venti volte e lo sanno a memoria. Il pubblico è quasi tutto di un’età riconducibile al fatto che Jesus Christ Superstar sia stato visto per la prima volta intorno ai 20 anni, quando uscì nel cinema. Noi abbiamo cantato per quasi tutta la rappresentazione. Ci siamo divertiti, emozionati, commossi anche per i ripetuti omaggi all’Ucraina.

Però, da atea, voglio fare una considerazione sulla vicenda di Gesù. La domenica prima tutti a festeggiarlo urlando “Osanna!”, pochi giorni dopo tutti a odiarlo urlando “Crocifiggetelo!”. La gente è così. Oggi ti ama, domani ti vuole vedere morto.

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Non è mai troppo tardi per vivere un’infanzia felice

Con questa frase il mitico Carlo Massarini chiudeva il suo “Mister Fantasy”. Nel rispetto di questa filosofia che ho fatto mia da anni, ho comprato una scatola di Lego. Era tanto tempo che volevo farlo, e l’occasione è arrivata quando IBS ha proposto alcune confezioni in offerta. Ho preso il Lego della serie tv “Friends” (una delle mie preferite), che riproduce il “Central Perk” dove Rachel, Monica, Chandler, Phoebe, Ross e Joey bevono caffè e chiacchierano. Ci siamo messi a costruire la scena io e Riccardo, lui montava i pezzi e io li dividevo per colore. Sono state ore bellissime di relax mentale, condivisione e divertimento.

Temo che comprerò qualche altra scatola di Lego a tema. Certo, non è un passatempo creativo, tu devi solo montare gli elementi seguendo attentamente le istruzioni, però è bello vedere come cresce la costruzione man mano che ti districhi da quel mare di pezzettini colorati. Da piccola avevo delle costruzioni bellissime, erano solo mattoncini rossi di quattro misure. Ci facevo palazzi, villette, rifugi e casette. Il Lego di oggi ti guida e ti impone di assemblare qualcosa che hanno pensato i suoi ingegneri. Ma va bene lo stesso per vivere un’infanzia felice.

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Chi si salverà?

L’Articolo 11 della Costituzione dice: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Però è stato appena approvato l’aumento delle spese militari dagli attuali 68 milioni di euro al giorno a 104 milioni al giorno. Essere pacifisti è un’utopia? Sperare in un mondo senza guerre è un’amena favoletta? La guerra è talmente radicata nel cervello umano che, da sempre e ovunque, è il modo con cui le popolazioni hanno tentato di dominarsi a vicenda. Per i soldi, per il potere, per l’ambizione, per il territorio, per la religione. Di guerra dovremo finire, in un olocausto totale che finalmente ci spazzerà tutti via dal Pianeta. Risorgeranno solo gli scarafaggi che si erano nascosti in profondità, lontani dalle ricadute radioattive, corazzati e organizzati. Ed erediteranno la Terra, meritandosela.

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Arresti domiciliari

Dall’inizio della pandemia sono stata super-ligia alle regole. Mascherina FFP2 fin dall’inizio, incollata al naso non appena uscivo di casa. Lavaggio delle mani ossessivo, che infatti ormai ho due tozzetti rugosi e pallidi alla fine delle braccia, disinfettante da sala operatoria, solitudine non solo dei numeri primi ma anche di tutti gli altri. Bene. Dopo oltre due anni di guardia altissima, evitando amici, locali, negozi, vicinanze sospette, ho preso il Covid.

Io ho una malattia autoimmune quindi non è che un attacco di un virus furbo e malvagio sia proprio quello che rende felice il mio sistema immunitario. Il covid ha avuto un esordio pirotecnico: febbre a 39, vie respiratorie intasate che manco il raccordo anulare prima di Natale, spossatezza al limite del coma. E tutti a dirmi sei fortunata ad aver fatto i 3 vaccini sennò a quest’ora eri morta o almeno cosparsa di tubi in terapia intensiva. L’idea dei tubi in effetti è piuttosto terrorizzante.

Così io e il socio ci siamo chiusi in casa stile arresti domiciliari, con le bassotte perplesse e poi infastidite dal fatto che non si andava a spasso. I bisogni fateli sui tappetini, ragazze! Mia sorella ci ha lasciato ogni giorno pane e dolci fuori della porta. Ne ho approfittato per dormire tantissimo, guardare la signora Meisel su Prime Video, scrivere e farmi girare le scatole oltremisura, visto che tutte le mie ridicole paranoie non sono servite (quasi) a niente.

Ancora ho qualche sintomo e devo attestare la negativizzazione. In effetti mi sento ancora positiva, ovviamente non nel senso di ottimismo e fiducia nel futuro. Tutta questa storia mi ha dato una grande lezione di vita: se una cosa deve succedere, succede. Ma meglio se sei vaccinata.

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Il mio primo ragazz(in)o

Ve lo ricordate il vostro primo amore? Quanti anni avevate? Io avevo quasi 14 anni e lui qualche mese di più. Due mocciosi saputelli che si atteggiavano a grandi ma non ci capivano niente: col senno di poi, quello che mi ritorna in mente fa ridere. Ma fa anche tenerezza.

Tanto tempo fa, quando ancora non c’erano i cellulari, uscivi di casa e nessuno sapeva più niente di te né poteva rintracciarti. Io invece non uscivo mai e mia madre, per buttarmi fuori di casa, mi iscrisse agli scout di quartiere. Voleva vedere se c’era vita in me o ero solo un fagotto buttato sul letto intento ad ascoltare alla radio “Supersonic Dischi a Mach 2” e “Per voi giovani”.

Accadde però che gli scout di zona si divisero e una parte confluì in un reparto storico e prestigioso, il Roma 9. Io seguii i “confluenti” – per la gioia di mia madre che finalmente mi vide allontanarmi da casa. La prima sede che frequentai fu in Piazza di Spagna, nei locali sotterranei dell’esclusivo Collegio San Giuseppe de Merode; poi ci spostammo in Via Pompeo Magno, zona Prati, nei locali ancora più sotterranei (e tortuosi) della chiesa di San Gioacchino (dove, ironia della sorte, si erano sposati i miei nel 1943) che dividevamo con l’allora fondamentale Cineclub Tevere.

Nel reparto Roma 9, tra ragazzini figli di ricchi che frequentavano l’elitaria Villa Flaminia (scuola privata gestita da preti) piombammo, dalla periferia di Roma Nord, io e la mia amica Laura, figlie di proletari. Mio padre era un ex operaio elettricista promosso a impiegato in seguito a un terribile incidente sul lavoro di cui fu vittima, il padre di Laura faceva il barista. Ci trovammo in mezzo a questi figli di papà molto carini, molto educati, molto forniti di ville al Circeo e sterminati appartamenti con pianoforti e cameriere fisse. E il mio giovane cuore prese a battere per uno di questi ragazzi(ni).

Quant’era carino il mio primo lui! Alto alto, magro magro, capelli ricci, occhi scurissimi, era simpatico e un po’ svitato. Aveva un buon odore: lo so che gli adolescenti più che un odore emanano un sentore di capra di montagna, ma tant’è. Ci siamo messi insieme senza sapere cosa volesse dire.

Ho ricordi piccoli e belli. I primi baci durante un campo scout, così tanti che il giorno dopo avevo le labbra indolenzite. Mi sentivo molto vissuta (e un po’ ridicola). La prima volta che dormimmo vicini eravamo in tenda (ma con altre dieci persone) saldamente chiusi ognuno nel proprio sacco a pelo perchè si gelava. Ci toccavamo solo con i nasi. La mattina seguente scoprimmo che aveva nevicato e la tenda era sommersa dalla neve.

Facemmo insieme anche un campo di volontariato, in una casa di riposo per anziani. Di giorno svolgevamo i nostri compiti con i malandati ospiti che ci avrebbero volentieri tolto di mezzo a colpi di dentiere – stupidi ragazzini romani fastidiosi come moschini della frutta. Di notte i ragazzi venivano a bussare alle stanze delle ragazze. Non si faceva nulla oltre che chiacchiere, baci e carezze, ma ci sembrava di essere esperti amatori.

Con lui mi ricordo uno scambio di battute che già mostrava la mia estrema simpatia. Parlavamo del brano cantato da Herbert Pagani, “Albergo a ore”, un pezzo straziante su due ventenni che passano la loro prima (e ultima) notte insieme in una stanza d’albergo, dove si toglieranno la vita. “Io lavoro al bar di un albergo a ore/ porto su il caffè a chi fa l’amore…”, citai io. Lui sorridendo mi disse: “A noi però non ce l’hanno portato il caffè…”. E io, che già da allora non capivo le battute ironiche, risposi acida: “Ma noi non abbiamo fatto proprio niente”, a sottolineare la pochezza delle effusioni.

La mia prima love story finì in modo indolore, perchè due quattordicenni alla fine sono solo due ragazzini che devono, giustamente, assaggiare qua e là la vita per trovare, da grandi, la loro strada nel mondo. Lui si invaghì di una tipa carina e chic che entrò nel gruppo insieme ad altre amiche tutte provenienti dalla scuola privata più esclusiva di Roma, l’Istituto Nazareth, frequentata solo dalle rampolle della Roma-bene.

Io andavo al liceo Guido Castelnuovo. Dove il più tranquillo era di Lotta Continua.

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Sto diventando grande

Quando ero ragazzina, una persona di 62 anni mi appariva decrepita, sull’orlo della fossa, vecchia di quella vecchiaia orribile che rende rugosi, svaniti, assenti e afflitti da mille malanni.

Oggi i 62 ce li ho io. Oddio.

La cosa strana è che non mi sento vecchia. Certo, le rughe sono tendenti al peggioramento, dimentico le cose, sono molto meno coinvolta in ciò che accade e ho uno svariato numero di malanni. Se mi guardo alla specchio gli anni si vedono, non c’è dubbio. Ma è dentro che non li sento. E questo è un grave problema.

Forse sono rimasta un po’ scema perchè non ho avuto figli e quindi mi sono mancate quelle grandi preoccupazioni (e quelle belle soddisfazioni) che ti forgiano l’animo. Ho vissuto i primi 40 con leggerezza, tra un lavoro di cui ero innamorata come di un affascinante Lucifer e una vita sentimentale pari a una favola a lieto fine con derive fancy. Ma mentre le altre mettevano su famiglia, io rimandavo.

Così è successo che ho avuto l'”arresto dello sviluppo”. Sono rimasta una ragazzetta che continua a sognare, a sentirsi ostile alle regole e diversa dagli altri. All’età mia è piuttosto ridicolo.

Intanto sto facendo crescere i capelli che finalmente, dopo una vita di riccitudine ostile, sono diventati quasi lisci: mistero della menopausa. Peccato che debba colorarli ogni mese se non voglio mostrare la feroce ricrescita white. Ma li taglierò corti prima dell’estate, così da lasciarli liberi di crescere bianchi o, spero, bianco-grigi. A quel punto, dati i miei outfit da invisibile – joggers, parka, scarpe da ginnastica – entrerò nella “no gender zone”, ovvero potrò essere scambiata per un vecchio uomo o una donna vecchia, a seconda da che angolazione mi guardi.

In vecchiaia donne e uomini perdono i caratteri fisici che li contraddistinguono e si uniformano in una persona senza genere, faccia cadente, capelli sottili, spalle abbassate, postura curva, passo lento. Madre natura, spesso matrigna, toglie alle donne una barcata di ormoni e questo ci penalizza nella forma, nell’odore, nella voce e nella zona “paesi bassi” che diventa una specie di prugna secca da accudire con costosi accorgimenti per non disintegrarsi del tutto.

Insomma, la natura si è voluta accertare di toglierci dalla piazza per lasciare spazio a quelle più giovani (leggi sane, fertili e in forze per allevare marmocchi), visto che gli uomini, pure da rimbambiti, possono fare figli anche a ottant’anni – con l’aiuto delle pasticchine. E’ la sopravvivenza della specie, baby, e non c’è cultura che tenga. Puoi pasticciare col bisturi e farti mille illusioni, ma il tempo passa beffardo, cinico e baro.

A maggio saranno 63. Non ho concluso granché nella mia vita. Il liceo, gli scout, il primo ragazzo, il secondo, il definitivo. L’università. Qualche viaggio (niente New York o USA in generale, niente Sud America, niente Irlanda o Islanda o Scandinavia, non ho visto quasi nulla). Il lavoro. Il lavoro. Il lavoro. Niente figli. Una malattia autoimmune. E poi? Pesco qua e là nei ricordi, ma vedo un percorso confuso, inconcludente e un po’ patetico. Non mi resta che cercare di fare qualcosa di grandioso nel tempo che resta.

Ma cosa?

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Solo il silenzio e la montagna

Non sono una grande camminatrice, mi scoraggio di fronte alle salite troppo erte o ai sentieri sassosi. Inoltre sono un po’ goffa e distratta, così mi capita di inciampare e cadere. Ma mi rialzo subito, perchè amo la montagna di un amore devoto e totale. Anche se non ci sono esattamente portata.

Il Cervino

La montagna che amo di più è quella della Valle D’Aosta, che ho visitato solo d’estate. La prima volta che ho visto il Cervino, 4.478 m., ho provato un colpo al cuore: è l’essenza della bellezza e dell’eleganza. Disegnato come i bambini disegnano le montagne, a triangolo, il Cervino punta verso il cielo con aria birichina e insieme terribile. Mi sono immaginata gli scalatori che l’hanno affrontato, come il mio mito Walter Bonatti. Io e mio marito, però, abbiamo sempre preso la funivia, con le bassotte in braccio avvoltolate in un paio di cappottini ciascuna perchè si arriva altissimi, sul Plateau Rosa, 3500 m, dove c’è sempre freddo e neve, anche a luglio.

Quello che si vede da lì toglie il respiro. Mi sono avventurata esitante su quella neve perfetta, alta, compatta. Che emozione! Non ho mai camminato molto, giusto un piccolo giro intorno alla stazione di arrivo della funivia e una passeggiata fino alla bandierina che indica il confine con la Svizzera. Mio marito, ex sciatore, sulla neve se la cava benissimo e ha camminato più di me. Ma non ci siamo mai fatti mancare il ristorante del rifugio, dove si mangia benissimo sulla terrazza al sole, polenta coi funghi, strudel e vino rosso.

Il Bianco

Il colpo al cuore l’ho avuto anche di fronte al massiccio del Monte Bianco, 4809 m. Immane, si alza come un muro di ghiaccio e roccia degno del Grande Inverno, ma al contempo sembra che ti abbracci e ti protegga, come un gigante a guardia della sua amata valle. Te lo trovi davanti vicinissimo, ma in realtà non lo è.

Purtroppo non ci sono mai salita con la funivia Skyway perchè non possono andarci i cani, dato che ricade nella zona di Parco Nazionale. Però ho percorso le valli che affiancano il Bianco, belle, luminose, perfette. Dalla Val Ferret siamo saliti al rifugio intitolato a Walter Bonatti, una fatica bellissima – con le bassotte spesso in braccio. Ma che batticuore vedere le attrezzature spartane di Bonatti in mostra!

Il Rosa

Una montagna che mi ha intimorito è il Monte Rosa, 4.634 metri: grandissimo, spigoloso, seducente nei riflessi di colori solo suoi. Siamo saliti (da tipici turisti) con la funivia, senza sapere che l’impianto si ferma per una pausa all’ora di pranzo. Siamo rimasti all’addiaccio, noi due e i cani, ammucchiati uno sopra all’altro, tremando dal freddo e sicuri di esser destinati a morire assiderati. Il gestore della funivia ci ha visti e si è mosso a pietà: ci ha fatti salire su una cabina e ci ha spediti giù con una corsa solo per noi, turisti romani scemi che chissà se avranno capito che con la montagna non si scherza.

Il Paradiso

La pace nel cuore me l’ha regalata il Gran Paradiso, l’altro 4000 della Valle d’Aosta, che abbraccia la valle con fascino scintillante e senso dell’infinito. Camminare nella Valnontey mi ha sempre dato la sensazione di essere immersa nella bellezza pura: un’emozione che solo la natura ti può far provare. Tra quelle montagne e quei boschi ci si sente liberi dai pensieri. Liberi da tutto.

Ovviamente non ho raggiunto nessuno di questi 4000 ma li ho solo ammirati da lontano. Questo mi è bastato per farmi innamorare di quei posti incantati.

“La montagna più alta rimane sempre dentro di noi”, Walter Bonatti

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La mia Ventotene

Vado in vacanza a Ventotene ormai da diversi anni. Sempre nella stessa casa che ci affitta un amico, con il giardino dove i cani si godono l’ombra e la terrazza a picco sul mare. L’isola è piccola, nemmeno 2 chilometri quadrati stretti e lunghi, con le case color mattone, ocra, gialle, rosa, azzurre, che non di rado mostrano i segni del tempo, a volte anche qualche inquietante crepa, puntellata a dovere. A Ventotene gli isolani ti salutano. Ti salutano anche quelli che sono i frequentatori abituali dell’isola e così quasi subito acquisisci quest’abitudine e basta poco per sentirsi parte di quella minuscola comunità in mezzo al mare.

Salite e discese

Ventotene è tutta salite e discese, ma la strada che s’inoltra nell’interno, tra campi coltivati e vegetazione mediterranea, è un po’ più dritta. Solo che non la faccio mai, perchè mi faccio prendere dalla pigrizia e resto tra la piazza Castello, i suoi dintorni e Calanave, la spiaggia – sempre più stretta – che sta proprio sotto il centro. Al massimo passeggio fino a Cala Rossano. Dal porto al centro del paese c’è una salita a zig zag che ti mette subito alla prova. Scendi dal traghetto e quella salita ti guarda con aria beffarda. Chi arriva affronta la salita a tornanti aguzzi con determinazione, trascinandosi dietro i bagagli a rotelle – già, perchè a Ventotene le macchine non si portano (ma noi sì, però poi la lasciamo al parcheggio dietro la piazza).

La libreria

A Ventotene ci vado prima dell’alta stagione. La gente non è tanta, l’atmosfera è pacata. Sulla piazza spicca una piccola e bellissima libreria che si chiama “Ultima Spiaggia”, con volumi selezionati tra i migliori in circolazione. C’è una vasta scelta di libri di viaggi e di mare ma anche una zona dedicata all’isola stessa e ai testi di chi pensò, proprio a Ventotene, a un’idea concreta di Europa. E una parte tutta dedicata ai bambini. ll proprietario si chiama Fabio, fine intellettuale e appassionato libraio di grande charme (e varie librerie) a cui le turiste si rivolgono per un consiglio di lettura (e non solo).

Cultura e lenticchie

Ventotene ha un’aria colta ma semplice, che ti fa sentire di vivere in un posto storicamente importante ma che non si dà arie. Per sorridere basta un piatto di zuppa di lenticchie e un bicchiere di Pandataria, il bianco locale che si chiama con il nome che i romani diedero all’isola. Ti siedi al bar Verde per un caffè e i vicini di tavolino discutono del ventennio fascista in cui, nel carcere borbonico dell’isola di Santo Stefano, davanti a Ventotene, c’erano i dissidenti politici tra cui Sandro Pertini. Insomma, non è che parlano di calcio. Ma poi si va a fare i tuffi dagli scogli e a pisolare al sole.

A Ventotene è stato girato uno dei miei film preferiti, “Ferie d’agosto”, di Paolo Virzì.

Il carcere

Il carcere di Santo Stefano sembra il set di un film distopico. Invece è tutto vero. Io l’ho visitato con la guida di Salvatore, coltissimo pescatore che ti racconta il carcere facendoti emozionare e rabbrividire. Salvatore ti porta sull’isoletta di Santo Stefano in barca e già inizia a raccontare. La prigione è stata costruita in modo tale che ogni detenuto nella sua cella potesse essere sorvegliato da un solo guardiano posto al centro della struttura. Cammini tra quelle minuscole celle, molto rovinate, e ti sembra di sentire i lamenti ma anche i discorsi di chi ci fu rinchiuso. Camorristi e delinquenti, dalla fine del 700. E col fascismo, dissidenti antifascisti, socialisti, anarchici e pensatori.

Le mongolfiere

A Ventotene si conservano tradizioni antiche, come l’usanza di costruire bellissime mongolfiere di carta dipinte. La maggior parte vengono allestite per la festa della patrona Santa Candida, il 19 e 20 settembre, ma si fanno mongolfiere anche per festeggiare qualche compleanno speciale. Ho visto gli artigiani costruirle alla fine di giugno per un ragazzino che compiva gli anni poco dopo. Erano orgogliosi della loro arte ma anche restii a che fosse fotografata.

Il legame

Gli isolani sono legati al loro mucchio di roccia e macchia mediterranea in modo viscerale. Ho conosciuto giovani che hanno studiato, sono andati a lavorare in terraferma, si sono costruiti una professionalità. Poi sono tornati sull’isola. Si sono comprati una casetta che hanno dipinto di blu, hanno avviato una piccola attività. La mattina, all’alba, vanno a guardare il mare, il volo dei gabbiani, le scogliere, le piccole spiagge. E ne respirano la bellezza.

Lei e io

Io non ho viaggiato molto nella mia vita, quindi mi accontento di Ventotene, piccola, rocciosa, fragile, selvatica e ruvida. Come me. Entrambe ci stiamo un po’ sbriciolando, lei per l’erosione dovuta ai venti e all’azione del mare, io perchè sto invecchiando. Sarebbe bello, alla fine, entrare pian piano nel suo mare limpido, e andare via così.

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7 agosto 1943

Luciana e Ernesto

Questa è una foto del 7 agosto 1993. Sono i miei genitori nel giorno del loro 50° anniversario di matrimonio. Lui sarebbe morto qualche mese dopo, lei dopo tre anni. Mi piacciono le loro facce divertite e complici, malgrado la loro vita sia stata dura, faticosa e zeppa di incomprensioni. Eppure si sono amati – e forse detestati – tutta la vita, attratti e respinti dalle loro forti personalità.

Papà durante la prigionia


Si sposano nel 1943, il 7 agosto. Lui ha 24 anni, lei 19. Passano insieme un paio di giorni, poi lui deve ripartire. Carabiniere per necessità, dislocato a Bolzano, mio padre finisce nella Francia del Sud. La storia diventa fumosa, ma da quel che ho capito si unisce alle forze partigiane francesi.

Viene catturato dai tedeschi e spedito in un campo di concentramento dal quale riesce a fuggire insieme ad alcuni compagni che però vengono fucilati alle spalle mentre corrono e uno viene dilaniato dai cani-lupo dei tedeschi.

Mamma bella come un’attrice, papà figo con la pipa e poi che dirige la Banda del Baffo, orchestra jazz

I miei si ritrovano a guerra finita: lui era stato nascosto in una soffitta a Grenoble, poi aveva lavorato con i francesi per il rientro dei connazionali in Italia. Lei si era quasi convinta che fosse morto. E invece era lì, sceso da un treno zeppo di gente, ingrassato perchè aveva mangiato solo patate. Lei invece era secca secca, perchè di mangiare a Roma non se ne parlava proprio.

Mio padre era comunista, serio e rigoroso. Aveva perso l’uso del braccio destro in un terribile incidente sul lavoro ed era diventato mancino. Nel 1957 venne folgorato da una scarica di ventimila volt mentre controllava la centrale elettrica della fabbrica in cui lavorava come operaio. Rimase un anno in ospedale, il corpo bruciato quasi completamente fasciato, la pelle ricostruita con micro trapianti dalle poche zone in cui era ancora intatta. Perse l’uso del braccio destro, che rimase contratto nello spasmo muscolare della scarica, la mano rattrappita quasi a pugno nel gesto causato dal dolore. Imparò a scrivere con la sinistra.

Tutti noi pagammo l’ombra di questo terribile trauma nella sua vita. Ma lui era più duro della sofferenza. La sua azienda, in torto marcio con i sistemi di sicurezza, lo risarcì offrendogli un posto da dirigente. Lui ricominciò vivere (ma i trapianti di pelle continuarono a tormentarlo per anni). Io nacqui io nel 1959 – e lui deve aver pensato “Cazzo, un’altra femmina”. Mia sorella era nata 11 anni prima.

Siciliano di Randazzo, proprio sotto l’Etna, se n’era andato a 17 anni, emigrante a Milano in cerca di fortuna. Qui fece un corso da elettricista e divenne piuttosto bravo. S’incazzava per un niente ma poi ti faceva ridere e ti regalava cose deliziosamente inutili. Quando mi laureai mi fece gli auguri con un trafiletto sul Messaggero.

A Roma conobbe mia madre. Una ragazzina bella, con una testa piena di riccioli, occhi verdi, allegra, curiosa e romanissima, figlia di un trasteverino doc, Aristide Santacroce, e di una bella umbra di Guardea dal nome aristocratico, Gertrude Barberini. Tra i miei genitori fu subito amore appassionato, travolgente, romantico. Mamma adorava quel ragazzo bellissimo che era pazzo di lei e che suonava il jazz con la sua orchestra, finché il fascismo non proibì quella musica americana.

Mia madre era un”artista mancata, stritolata nel suo talento da un matrimonio che le stava stretto. Dipingeva, cantava, creava oggetti, cuciva. E fumava tantissimo, ma non morì per quello. Adorava andare a vedere da vicino fenomeni bizzarri: i santoni che curavano con le erbe, gli esorcisti in azione, i posti ritenuti magici. Credeva ai fenomeni paranormali, cosa che faceva incazzare da morì mio padre. Era dura e dolce, attenta e distante. Creativa e distruttiva. Complicata e semplice. Sognatrice e cinica.

Quanto mi mancano.