Accidenti a dicembre, che mi porta questa tristezza mista a malinconia, rimpianti, nostalgie, rimorsi. Accidenti alla fine dell’anno, che mi trascina verso i bilanci dei pochi “quello che ho fatto” e dei tantissimi “quello che non ho fatto”. La fine dell’anno è il momento più arido e malvagio, insensato e doloroso. Lo passo con altri vecchi e malati come me, tanto per farla ancora più triste. E non riesco a non fare pensieri stupidi e retorici, inutili e futili, su presente e passato.
Vorrei sentire meno dolore vorrei essere di nuovo giovane vorrei vedere New York, l’Islanda, la Groenlandia, la Terra del Fuoco vorrei saper godermi la vita vorrei avere una casa al mare vorrei avere meno temporali in testa vorrei non aver sempre la sensazione che sto sbagliando vorrei aver cambiato mille lavori vorrei non aver dedicato vent’anni di vita a Cioè vorrei essere rimasta a lavorare alla Rai vorrei aver continuato a lavorare nella musica vorrei aver fatto come tutti gli altri e le altre vorrei aver sentito il vero istinto di fare un figlio vorrei esser stata più gentile e sensibile vorrei non essere stata presuntuosa, avventata, egoista, feroce vorrei non essere stata convinta di non meritare la felicità vorrei aver avuto il coraggio di andare controcorrente vorrei aver avuto la forza di accumulare esperienze e ricordi vorrei essermi concessa di provare più emozioni vorrei non avere, e non aver avuto, così tanta paura
Un allegro criceto in altalena su un campo fiorito che ho realizzato con Bing
Ho fatto la boomer schifata di fronte alle varie app di Intelligenza Artificiale che permettono di fare illustrazioni da una descrizione dettagliata (pur non avendo mai saputo disegnare nemmeno un omino stilizzato), elaborare testi da un’indicazione ben circostanziata (non avendo mai saputo scrivere nemmeno il temino “Descrivi la tua mamma”), comporre musica scegliendo tra varie opzioni di ritmo, genere, stile (non avendo mai saputo suonare nemmeno le prime quattro note di “Fra Martino campanaro” al flauto). Sono mezzi che uccidono la creatività, pensavo. Cosa ci rimane se non dobbiamo più sforzarci di scrivere un bel testo, una musica accattivante o fare un disegno superlativo se tanto fa tutto lei, questa IA che ha la spocchia dell’Ignoranza Artificiale di Fiorello?
Con aria schizzinosa ho testato Bard, oggi Gemini, I.A. che ti sforna articoli, saggi, tesine, copiando pezzi di materiale trovato in rete, ma tanto chi ci fa caso? Ho provato anche Chat GPT, che gli studenti usano per fare temi e saggi, cercando di fare fessi i professori. Bé, credo che ci riescano: ho dovuto ammettere che è davvero… intelligente (e furba). Incuriosita dal fatto che su Bing c’è la possibilità di realizzare illustrazioni in stile Pixar (che io idolatro – oltre che in altre decine di stili), mi sono gettata alle spalle i pregiudizi da anziana del secolo scorso e ho realizzato una quantità eccessiva di illustrazioni con protagonista la mia bassotta, che disegnata nel modo di Toy Story viene proprio carina carina. Ho curiosato pure nei siti per comporre musica e ho testato Aiva, realizzando un file audio in stile elettronico anni 80 che New Order e Depeche scansatevi proprio. E poi, devo confessare un peccatuccio: talvolta scrivo per un sito per cui metto anche le foto al mio testo e le devo pescare nel data base di un’agenzia di immagini che offre anche foto realizzate con l’IA. Mi imbarazza dire che alla fine io scelgo quai sempre quelle: le ragazze raffigurate sono splendide e le situazioni suggestive.
Eppure c’è qualcosa che non mi convince. Lo so che l’AI si evolve grazie ad algoritmi che migliorano di continuo le prestazioni, così siamo più liberi di pensare, di creare, di immaginare. Sempre che l’AI non l’abbia fatto prima di noi. Sarà che ho lavorato in un ambito in cui la creatività era indispensabile e se non ce l’avevi non c’era nessuna IA a darti una mano. Sarà che quello che scrivevamo era pensato da noi, redattrici sempre di corsa ma con studi piuttosto importanti alle spalle. Sarà che la creatività dei grafici che ho conosciuto (Gloria in primis) era una forza trascinante che poggiava le basi su una solida preparazione tecnica e un sorprendente talento artistico. Sarà che farsi venire le idee non è così facile come sembra. Ma forse, ormai, nemmeno serve più.
Ho fatto correggere questo testo all’IA di WordPress. Ha realizzato un lavoro perfetto: io non so comporre le frasi in modo così equilibrato, non so esprimere i concetti in maniera così precisa. Infatti questa versione è la mia, non quella corretta da Miss IA, che mi fa impressione.
Durante una delle mie peregrinazioni a bordo di Google, ficcanasando tra millemila siti, ho trovato questa frase che mi ha colpito come una torta in faccia nelle comiche.
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La nostra vita, per essere soddisfacente, deve essere ricca come una bella torta, piena di strati, di farciture e decorazioni. Cosa c’è dentro la torta che hai fatto durante i tuoi anni?
Mi sono guardata indietro per controllare i miei strati, le farciture e le decorazioni e non ho visto che un’anonima tortina monocolore e piatta. Dove sono i miei ripieni? La cioccolata, la panna, le scaglie di mandorle e nocciole, la crema chantilly, le fragoline di bosco? Eh??? Una cosa c’è sicuramente: i peli di cane.
Mi guardo allo specchio e faccio una smorfia. Gli anni che ho si vedono tutti, sebbene mi tinga i capelli e vesta da ragazza. Rughe malevole mi percorrono il volto nei punti dove meglio evidenziano l’età che avanza. “Vaffanculo” penso. “Sono più vicina alla fine che all’inizio”. Mi aggrappo alla mia giovinezza perduta servendomi ancora del linguaggio esplicito e delle battute ciniche che mi hanno sempre caratterizzata. Ma non è che serva un granché. Nello sguardo ho l’ombra dei dolori vissuti e il timore di doverne vivere altri, anche peggiori. “Ma ‘sti cazzi”, dico, col tono beffardo di cinquant’anni prima. “C’è sempre il volo dal sesto piano” aggiungo seria.
Infilo il cappotto nero acquistato online dal megastore spagnolo per giovani, acchiappo lo zainetto e cerco le chiavi di casa, tirando giù qualche altra parolaccia perchè non le trovo. Poi le scovo: le avevo lasciate vicino al computer, con un gesto privo di senso. “Me sto a rincoglionì” penso. Ripongo le chiavi nella tasca esterna dello zaino dove ho già infilato il cellulare. Poi esco, chiudendo bene la porta con un totale di dodici girate in tutto suddivise in tre serrature. Non si sa mai.
Entro in macchina con uno scatto rapido, come se muoversi più lentamente fosse un intollerabile segno di vecchiaia. Spingo il pulsante dell’accensione e subito dopo quello della radio: non riesco a guidare senza ascoltare musica. Possibilmente a volume alto. Seleziono l’antico cd permanente con una sfilza infinita di brani anni 80, 70 e anche 60 (registrati alla rinfusa). “By order of the prophet/ We ban that boogie sound/ Degenerate the faithful/ With that crazy Casbah sound!” canto con i Clash, noncurante che i vicini di auto ferme al semaforo possano sentire qualcosa dei miei vocalizzi vintage.
Sto andando all’appuntamento con un vecchio amico dell’università. Con lui ho seguito i seminari e le lezioni, ho studiato, ho condiviso il primo lavoro post-laurea in un centro studi di alto livello e di bassa remunerazione. Non è mai stata una relazione romantica: eravamo veri amici perchè sì, ci può stare questo legame tra un maschio e una femmina. Ci incontriamo in un bar del centro. Siamo invecchiati entrambi, ma ci riconosciamo subito anche se sono tanti anni che non ci vediamo. Lui ha ancora tracce del suo biondo originale tra i capelli sbiancati, io sono ingrassata un po’ troppo. Ma ritrovarsi e vedersi con le facce da ventiquattrenni è un attimo. “Che te possino! Sei sempre uguale!” esordisco io. “E pure tu! Mannaggia a te!” dice lui ridendo. E’ vestito da ragazzo, jeans, sneakers, giacca a vento corta.
Ordiniamo gli aperitivi con gli stuzzichini e intanto che aspettiamo ci facciamo mille domande. Seguirsi sui social ti fa capire se gli “amici” hanno figli, animali, fanno viaggi, festeggiano un compleanno, ma non ti fa capire com’è la loro vita reale. Non ti fa capire se sono davvero felici, se hanno un amore vero o problemi grossi. Comunque. Lui è single dopo una lunga storia, io sempre con lo stesso uomo da anni. Niente figli per entrambi. Vite fuori binario, anomale. “Ma hai più visto nessuno di quelli dell’università?” “No, li ho persi di vista.” “Io qualcuno lo sento ancora.” “Io non ce la farei a vederli invecchiati, te invece sei sempre pischello, ‘tacci tua!”. “Te ricordi quando siamo andati alla festa del vino a Marino e se semo ubriacati?” “Te credo, con le fontane che davano vino!”. “Che scemi che eravamo!”.
Poi succede che, tra un sorso di prosecco e uno di spritz, ci si racconti cose che non si vorrebbero raccontare neanche a se stessi. Due malattie imponenti si stagliano nei nostri discorsi. Escono fuori così, come se parlassimo dell’ultimo film visto. La leggerezza con cui lui parla del suo cancro mi spiazza e mi ricorda quel suo modo lieve e sorridente di affrontare la vita. Così evito di andarci giù pesante con la mia patologia. “Va benino, sì, una rottura di coglioni ma è controllata, e tu?” “Insomma, me la cavo, sto sempre a famme analisi, tac, radiografie… e poi me ne torno al lavoro, mica posso sta’ a casa!”. “Io invece a casa ci lavoro, scrivo… finché me lo fanno fa’!”. “Io sto di servizio al centro storico… è sempre un gran casino!”. Ci viene da ridere come quando eravamo giovani e mangiavamo le orride caramelle Fisherman’s Friends.
Visti dall’alto sembriamo due vecchi marinai testardi che si ostinano a guidare le loro barchette in un mare agitato. Chissà se stiamo andando verso terra o verso il largo. Ma alla fine chi se ne importa?
Santa Pupazza, è passato un altro anno! Guardati allo specchio, hai la faccia cosparsa di rughe che nemmeno le terre riarse della pianura padana dopo tre mesi di siccità! Che cosa hai fatto in questi mesi? Una beata cippa accesa? Oh no, ho scritto tanti articoli per un sito. Ho letto tanti libri. Ho perso una cagnolina che amavo tanto. Ho pianto parecchio, perchè quando è morta io non c’ero e l’ho lasciata sola con la sua agonia. E ci piango ancora. Ho frequentato cliniche e ospedali. Più del solito. Ho avuto svariati incubi, tra cui i seguenti grandi classici:
1) quello ricorrente in cui vado in ufficio e tutti mi guardano con imbarazzo perché io non lavoro più lì con loro, mi hanno licenziata; oppure vado in ufficio per portare via la mia roba visto che mi hanno licenziata, e si rivela una quantità immane di oggetti, libri, scartoffie, soprammobili ecc che non riesco a prendere (NB: mi hanno cacciata nel 2009 eh, mica ieri)
2) l’altro solito in cui sono in ospedale e mi perdo in un dedalo di ascensori, piani deserti, file interminabili di stanze
3) e l’altro ancora in cui mi perdo in una città che sembra Roma ma non lo è e mi smarrisco in una zona che s’inerpica su una collina. Della serie: notti serene.
Ho pensato. Ho parlato con tante persone, ho sentito la loro vicinanza.
Ho ascoltato tanta musica. Ho fatto le playlist su youtube con i miei brani preferiti che ascolto quando scrivo. Non è roba vintage, tutte canzoni fresche! Ho visto un paio di serie tv che mi sono piaciute. Ho visto mio marito andare sotto i ferri, col torace aperto e il cuore mezzo nuovo. Ho guardato le foto del passato.
Ho creato immagini con l’intelligenza artificiale di Stable e di Bing e mi sono stupita di quello che può fare. Con Bing però fai tipo Pixar, è molto più carino. Ho sognato di andare in vacanza. Ho chattato con le mie amiche social e con i vecchi compagni di vita da teenager. Ancora siamo qui. Tranne qualcuno. Ho riflettuto su quanto ho vissuto e su quanto potrò farlo ancora. Forse non potrò prendere un altro cane a meno che non sia adulto. Forse non potrò mai più guidare una moto. Forse dovrò arrendermi al fatto che sono vecchia. Una donna vivace, di mentalità aperta, dal look giovanile, i capelli tinti, ma definitivamente vecchia. Il che è una cosa piuttosto terribile.
Ho comprato tante cose carine da Temu, anche se resta il fatto che quelli mangiano i cani e questo mi fa orrore, pure perchè io non mangio carne. Ho riaperto i miei profili social perché me li avevano hackerati. Ho rivisto tutti i film di Guerre Stellari. Ho fatto ben poco, ma non è che nella mia vita, in generale, io abbia fatto tanto. Ho provato rimpianto per le scelte non fatte, tipo: 1) cambiare lavoro quando ne ho avuto la possibilità (ero stata chiamata in Rai da una cara amica, ma dopo due settimane sono fuggita per tornare nel pulcioso posto dove mi sono incatramata per vent’anni) 2) fare un figlio (al solo pensiero mi si scatenava l’inferno, eppure ci ho provato) 3) viaggiare (ho visto solo tre o quattro posti fuori dall’Italia e ciò è imperdonabile) 4) essere coraggiosa (invece di avere paura di tutto)
Ho deciso che non me ne importa proprio niente se ho fatto poco e ho toppato le scelte. Va bene così. In fondo mi è andata di lusso: ho ancora una bella cagnolina, un bel marito, una bella nipote, una bella sorella. Alcune belle amiche a cui voglio bene. Ho vicini di casa simpatici. Ho un quartiere tipo paese dove la mattina ci metto mezz’ora per tornare a casa dal caffè al bar visto che mi fermo a chiacchierare con tutti. Non potrei chiedere di più.
Essendo io una fifona doc, paurosa in ogni occasione, tendente alla paralisi quando si presenta un pericolo che necessita di una reazione immediata, ho deciso di fare come nei film americani in cui il protagonista affronta le sue paure per vincerle. O almeno le racconta. Quindi ecco un elenco delle cose che mi hanno fatto paura. Ma ne mancano molte altre.
Le MUCCHE: siamo andati per diversi anni in vacanza in Valle d’Aosta, che è popolata da serafiche nonché bellissime mucche che passeggiano serene nei prati. Quando mi ci sono trovata faccia a faccia su un sentiero ho deglutito e mi sono immobilizzata. La mucca non mi filava proprio ma chissà che mi frullava in testa: sono indietreggiata lentamente come se avessi avuto davanti un tirannosauro e ho cercato di aggirare l’ostacolo. In seguito mi sono (quasi) convinta che le mucche sono (quasi) inoffensive, a meno che non le vedi scontrarsi (ma non si fanno niente) nella Battaglia delle Regine, dove sono davvero spaventose!
Il film “ALIEN”: L’ho visto al cinema Adriano quando ero ventenne quindi già grandina. Le disavventure di Ripley contro l’alieno brutto e bavoso mi hanno catturata subito, e ogni volta che il mostro attaccava facevo dei salti sulla poltrona che nemmeno Tamberi. Ho continuato a ad avere paura anche in macchina, quando siamo tornati a casa. Oggi il buon vecchio xenomorfo non mi spaventa (quasi) più. E continuo ad amare Sigourney.
L ‘escursione sul MAR ROSSO: Un sacco di anni fa, quando ancora non andava di moda, siamo andati a passare una settimana a Sharm El Sheik. Di italiani ce n’erano pochissimi e si stava una meraviglia. Stavo sempre in acqua a guardare i pesci ed ero così stupita che mi sembrava di essere una di loro, ma più cicciotta. Un giorno ci siamo imbarcati per fare una piccolo giro in mare e fare un tuffo al largo. Dunque ci tuffiamo dalla barca, ficchiamo il naso sott’acqua vedere i pesci e, quando torniamo su, la nostra barca non c’è più. Ci avevano dimenticati in mare! Lì ho creduto di morire, però almeno stavo nel Mar Rosso e sarebbe stata una morte bella rapida, visto che gli squali non si sarebbero fatti sfuggire due succulenti bocconi italiani. Nuotavamo lentamente per non stancarci ma intorno non vedevamo nessuno a cui chiedere aiuto! Dopo una mezz’ora, quando ormai Jack e Rose scansàteve proprio, abbiamo avvistato un’altra barca che trasportava turisti e ci siamo messi a strillare Help! Help! Ci hanno tirati su e io ho ringraziato Nettuno, Ariel e compagnia bella di averci salvato la pelle.
La funivia del MONTE ROSA: Io, Riccardo e le bassotte prendemmo la funivia per salire in cima al Monte Rosa. Era estate, faceva caldo anche in montagna, ma noi eravamo abbastanza coperti. Arrivammo in vetta, ammirammo il panorama avvolto in lievi nuvole grigie che rendevano il tutto ancora più incantevole. Eravamo quasi a 3000 metri. Sullo sfondo si stagliava la sagoma di uno stambecco, che ovviamente io scambiai per vero, ma era una statua in bronzo. Decidemmo di scendere perchè iniziavamo a sentire freddo ma la cabina era ferma. Erano le 13. Avevamo anche fame. non c’era nessuno in giro, Si affacciò un addetto agli impianti e ci disse che avrebbe riaperto solo alle 16,30 e non poteva assolutamente farci scendere giù. Dovevamo aspettare. Inoltre non c’era un posto interno dove potevamo ripararci, perchè lui doveva chiudere tutto. Avemmo dovuto trovarci un riparo fuori. E si stava anche alzando il vento. Ci sedemmo in terra sotto una grondaia, stretti uno sull’altro, due turisti romani scemi e due bassotte che tremavano. Ci avvoltolammo nelle giacche a vento tenendo i cani tra di noi. Ero certa che saremmo morti congelati in cima al Monte Rosa. Di noi avrebbero trovato solo due cadaveri grossi e due minuscoli completamente ghiacciati, tipo uomo di Similaun e i suoi bassotti. All’improvviso l’addetto all’impianto si mosse a compassione e ci chiamò: Andiamo, vi porto giù! Contravvenendo alle ferree regole dell’impianto, ci fece salire nella cabina e ci spedì giù a valle. Salvi!
I cani da pastore ABRUZZESI-MAREMMANI: Non avendo mai avuto paura di nessun tipo di cane, suona un po’ bizzarro che io abbia avuto paura di questi. Ma trovarseli davanti a protezione del loro gregge, che ti guardano come se tu fossi la feccia della feccia degli esseri viventi, a me ha fatto partire un brividino di strizza lungo la schiena. Eravamo in montagna, sul Terminillo, il deserto intorno tranne noi, le pecore e i cani da guardiania. Abbiamo indietreggiato molto lentamente, con la nostra bassotta Milla (quella prima di Holly e Spilla) in braccio, mentre loro ci fissavano con evidente disprezzo. Ero sicura che stessero guardando Milla, dicendo tra loro: “Per me è un gatto”, “Ma no, è un cane piccolo”, “Ma che dici, è una pulce grossa”, “E’ un’arvicola un po’ cresciuta”, mentre si chiedevano come sarebbe stata di sapore, magari con noi di contorno.
Spilla e l’ASCENSORE: Un paio di mesi fa ero entrata in ascensore con le bassotte. Le avevo portate a spasso e stavamo tornando a casa. Avevo spinto il bottone del 5° piano, le porte si erano chiuse lentamente e Spilla… era uscita fuori! Era legata al guinzaglio estensibile e non mi ero accorta che era schizzata fuori. L’ascensore saliva verso il 5° piano e il guinzaglio scorreva tra le porte, io andavo su e lei restava giù appesa al filo. Ebbi così paura che non riuscii a fare altro che gridare aiuto (invece di spingere il pulsante di blocco dell’ascensore). Mio marito recuperò la cagnolina scioccata che stava per fuggire dal portone del palazzo. Per fortuna la corda del guinzaglio si era spezzata con la forza della trazione e Spilla si era liberata, ma aveva fatto un volo di un paio di metri, tirata su dal guinzaglio lungo la porta dell’ascensore, fino a che il filo non si era rotto. La cagnolina rimase immobile sul divano per circa due ore, con gli occhi chiusi, a smaltire la paura. E io pure.
La mia DIAGNOSI: fu un oculista che conoscevo da anni a dirmi che il mio disturbo alla vista, l’uveite, aveva un motivo: una famigerata malattia autoimmune del sistema nervoso. In quel momento sentii la testa che mi scoppiava, il cuore che saliva in gola, la sensazione di fine immediata. La paura si presentò nel suo stato più puro e potente. Non avevo parole, sentivo solo un sapore di fine imminente e di disperazione. Lui mi rassicurò (ma credo si faccia sempre così) e mi spedì a fare la risonanza magnetica cerebrale. Girai come una trottola tra esami e consulti, poi trovai il neurologo che mi stabilizzò. Arrivarono altri oculisti (e la mia cara prof del Policlinico che mi cura ancora oggi e che mi tirò fuori dalla diplopia), un altro neurologo (svitato ma deciso, sono ancora con lui) e tante altre RM cerebrali-dorsali-spinali così lunghe che dentro il tubo ci prendo la residenza. Morale? Nella vita è meglio essere fatalisti che fifoni.
E’ un periodo, questo, piuttosto scioccante. Scopro che persone della mia età, amici e conoscenti, si sono ammalate di cose dannatamente serie, roba da lasciarci le penne se non sei seguito e fortunato. Alcuni non lo sono stati e se ne sono andati senza nemmeno salutare. Mi guardo intorno e capisco che il tempo che passa sta iniziando a presentare il conto. E non significa solo ammalarsi, no. Vuol dire anche vedere gli amici che vanno in pensione, come quei signori che tanto tempo fa mi sembravano decrepiti e arrivati al capolinea quando si dichiaravano “pensionati”.
Quando li incontro non li riconosco più. Cerco sui loro visi le tracce di quella giovinezza che abbiamo vissuto insieme. Con lui ho fatto gli scout, con quell’altro ho studiato. con lei ho fatto un viaggio bellissimo, con l’altra ci siamo divertite come matte. E ora chi siete? Capelli bianchi, facce rugose, occhi stanchi, andature rallentate, corpi rinsecchiti o sformati. Mi guardo e vedo che anch’io sono così. Copro i segni sul viso con photoshop, mi piallo la pancia, allungo la figura. Ma chi voglio ingannare? Credo solo me stessa. Certo non puoi presentarti sui social con la tua vera faccia, altrimenti tutti penseranno “Madò come s’è invecchiata! Come s’è ridotta!”, ovvero quello che penso io quando vedo i miei coetanei.
I miei anni sono volati veramente in un attimo. E ho un bilancio miserrimo di un vita andata avanti per inerzia. Senza desideri, ambizioni, sfide. Non è un lamento, è un dato di fatto. E’ obiettività. Mi è successo tutto per caso, lo studio, la laurea (inutile), il lavoro nel Centro Studi che non sono riuscita a trasformare in un aggancio per l’università (sarei dovuta andare in missione in Perù o in Brasile ma, com’è nel mio stile, ho avuto paura), il lavoro a Cioè, arrivato dopo aver risposto per caso a un annuncio sul Messaggero. E poi vent’anni in quella redazione, senza nemmeno provare a cercare altre opportunità fuori – anzi, una l’ho avuta, quando la mia amica Patrizia mi chiamò nella redazione del suo programma di Rai 1, ma io come sempre ebbi paura e dopo un mese di Rai scappai via per tornare al giornale.
Il coraggio non è mai stato il mio forte. Nemmeno quando mi trovai, nel giro di due anni, senza padre e senza madre. Ero una trentenne fifona che si appoggiò al suo fidanzato, forte e solido, costretto a rinnegare le sue fragilità per darmi supporto e fiducia. Senza di lui io non ero niente. Provai anche a dargli un figlio, ma dentro di me ero spaventatissima e per nulla convinta. Poi la fine del lavoro, la mia malattia, l’aiuto della mia amica forever Stella che mi trascinò nell’avventura di Mengoni, alla quale partecipai con grande impegno.
Stella mi fece scordare che ero gonfia di cortisone per rintuzzare la malattia e mi fece sentire importante. Poi andai a lavorare da Silvia, amica di Stella e produttrice discografica. Per caso le serviva qualcuno per una nuova etichetta e mi prese con lei. C’era Carlo a capo di questa label e da lui imparai un sacco di cose, ma gli ruppi tanto i coglioni con la mia aria da saputella. Da uno che ha lavorato con i Depeche Mode avevo solo da imparare e muta. Poi quell’avventura musicale finì. Di nuovo senza lavoro. Per caso Andrea, un ex collega, mi chiamò per scrivere per i suoi giornali di gossip. Durò qualche tempo, poi persi anche quell’attività. E per caso arrivò il sito per cui scrivo ora. Fine.
In mezzo ci sono state storie, amori, concerti, canzoni, errori, vacanze, cani. Ma tutto incredibilmente leggero, effimero, volatile. Giorni veloci e anni rapidi. Di cui è rimasto poco. Ci sono persone che in sessant’anni di vita hanno fatto qualsiasi cosa, studi, viaggi, esperienze, figli, famiglie, posizioni professionali importanti, soddisfazioni a iosa. Quando me ne andrò, se c’è qualcuno dall’altra parte, mi chiederà perchè ho sprecato il mio tempo. E non so proprio cosa potrò rispondere.
Nei miei tanti anni di Lavoratrice Fedele del Giornaletto delle Ragazzine c’era un argomento obbligatorio da mettere nel timone (coso di cartoncino che rappresentava le pagine del giornale): le boyband. Se gli anni 80 erano stati il territorio di gruppi iconici come Duran Duran e Spandau Ballet, formati da ragazzi belli ma musicisti veri (discorso a parte per gli Wham, duo in cui il bello e musicista era solo uno, l’immenso George Michael), gli anni ’90 videro il boom delle boyband, dii solito formati da cinque ragazzini di cui solo uno (e talvolta nemmeno uno) s’intendeva di musica.
Impattai subito con i New Kids On The Block, cinque ragazzetti americani molto carini messi insieme nell’85 da un astuto produttore, come tutte le boyband che seguiranno.
In redazione dovemmo imparare in fretta a distinguere i componenti delle boyband uno dall’altro (impresa titanica in cui eccelleva la mia collega Betta). Facevamo articoli in continuazione, copertine, poster, adesivi del retro-copertina, gadget zeppi di foto e aneddoti. La boyband che conquistò più cover in tutta la storia del Giornaletto fu quella dei Take That.
I Take That erano il baby (Mark), il dancer (Howard), il dancer numero 2 (Jason) il simpatico (Robbie), il musicista (Gary). Anno d’arrivo 1990. Età media 19 anni, inglesi di Manchester, bellissimi, erano spesso seminudi nei loro video che miravano ad esaltare la loro sensualità destinata a scombinare i quieti sonni di molte tredicenni.
Quando vennero in Italia per un live, io e Betta andammo a vederli con il distacco (finto) delle giornaliste che volevano indagare sul fenomeno per teen agers del momento. Dopo tre minuti che la band aveva iniziato lo show, Betta e io eravamo in piedi a ballare, saltare e strillare come tredicenni. E senza nemmeno vergognarci!
Un’altra boyband che conquistò le teen italiane fu quella dei Backstreet Boys, americani, nati nel 1993. Gran belle canzoni e video con numeri di ballo perfetti si univano a delle faccine molto gradevoli, soprattutto quella di Nick. Esistono ancora, come gran parte delle boyband anni 90, e sono rimasti più o meno uguali.
Sulle nostre copertine, impaginate dalla grafica Gloria, apparvero anche gli inglesi East 17 (1991), gli irlandesi Boyzone (1993), gli americani NSYNC (1995), i Five, inglesi e gli Hanson, americani (entrambi 1997), i Westlife (1999, irlandesi) e i Blue, inglesi (2001). Nello stesso anno arrivarono anche i tedeschi Tokio Hotel.
Insomma, avevamo di che riempire le copertine, inframmezzando i “carini” delle band ad altri soggetti attraenti e stuzzicanti: Leonardo DiCaprio abitò stabilmente sulle nostre cover.come pure Brad Pitt e Tom Cruise, ma anche attori di telefilm teen come Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek.
E poi il World Wide Web ingoiò giornaletti, divi pop, teen idol.
Ci sono alcune playlist su youtube che raccolgono canzoni italiane degli anni ’30 e ’40, come “Parlami d’amore Mariù”, “Mille lire al mese”, “Ma l’amore no”, “Voglio vivere così”, tutti brani che mia madre cantava. Era nata nel 1924, amava tutta la musica e adorava cantare, ma visto che spesso il suo umore non era dei migliori, aggiungeva il commento “Uccellino in gabbia, o canta per amor o canta per rabbia” sottolineando l’ultima parola.
Non penso quasi mai a lei. Ma quando ascolto questi brani, mi manca. Chissà che avrebbe detto della mia vita deragliata, dei miei percorsi senza uscita. Era una donna difficile, a volte distante. Aveva avuto una vita complicata ma non aveva mai perso la voglia di fare la monella. Andavamo la domenica mattina a Porta Portese a comprare le camicie usate per me, mi sembrava di averne pagate tre ma lei ne aveva cinque in busta. Si divertiva a infrangere qualche regola. Era attratta dal mistero, dal sovrannaturale. Era un’artista, dipingeva e scriveva bene. Era una sognatrice a cui la vita aveva cancellato i sogni.
Un anno prima che morisse la portai al mare, allo stabilimento Marechiaro di Ostia dove mio padre ci parcheggiava ogni estate, per due mesi (per fortuna). Si allungò sulla sdraio e poi si fece un bagno con calma, godendosi un’ondina dopo l’altra. Non si tuffava da almeno vent’anni. Aveva gli occhi che brillavano.
Anche se eri una dura, avevi un lato folle che mi divertiva. Sono più di trent’anni che non ci sei. Eppure oggi vorrei che tu fossi qui. Andremmo proprio a Ostia, dove ti sei sentita un po’ più libera e felice, a prenderci un gelato da Sisto o un krapfen al bar Paglia che li fa arrivare sul piccolo dirigibile. Ti ricordi quanto ci piacevano?
Ve lo ricordate il vostro primo amore? Quanti anni avevate? Io avevo quasi 14 anni e lui qualche mese di più. Due mocciosi saputelli che si atteggiavano a grandi ma non ci capivano niente: col senno di poi, quello che mi ritorna in mente fa ridere. Ma fa anche tenerezza.
Tanto tempo fa, quando ancora non c’erano i cellulari, uscivi di casa e nessuno sapeva più niente di te né poteva rintracciarti. Io invece non uscivo mai e mia madre, per buttarmi fuori di casa, mi iscrisse agli scout di quartiere. Voleva vedere se c’era vita in me o ero solo un fagotto buttato sul letto intento ad ascoltare alla radio “Supersonic Dischi a Mach 2” e “Per voi giovani”.
Accadde però che gli scout di zona si divisero e una parte confluì in un reparto storico e prestigioso, il Roma 9. Io seguii i “confluenti” – per la gioia di mia madre che finalmente mi vide allontanarmi da casa. La prima sede che frequentai fu in Piazza di Spagna, nei locali sotterranei dell’esclusivo Collegio San Giuseppe de Merode; poi ci spostammo in Via Pompeo Magno, zona Prati, nei locali ancora più sotterranei (e tortuosi) della chiesa di San Gioacchino (dove, ironia della sorte, si erano sposati i miei nel 1943) che dividevamo con l’allora fondamentale Cineclub Tevere.
Nel reparto Roma 9, tra ragazzini figli di ricchi che frequentavano l’elitaria Villa Flaminia (scuola privata gestita da preti) piombammo, dalla periferia di Roma Nord, io e la mia amica Laura, figlie di proletari. Mio padre era un ex operaio elettricista promosso a impiegato in seguito a un terribile incidente sul lavoro di cui fu vittima, il padre di Laura faceva il barista. Ci trovammo in mezzo a questi figli di papà molto carini, molto educati, molto forniti di ville al Circeo e sterminati appartamenti con pianoforti e cameriere fisse. E il mio giovane cuore prese a battere per uno di questi ragazzi(ni).
Quant’era carino il mio primo lui! Alto alto, magro magro, capelli ricci, occhi scurissimi, era simpatico e un po’ svitato. Aveva un buon odore: lo so che gli adolescenti più che un odore emanano un sentore di capra di montagna, ma tant’è. Ci siamo messi insieme senza sapere cosa volesse dire.
Ho ricordi piccoli e belli. I primi baci durante un campo scout, così tanti che il giorno dopo avevo le labbra indolenzite. Mi sentivo molto vissuta (e un po’ ridicola). La prima volta che dormimmo vicini eravamo in tenda (ma con altre dieci persone) saldamente chiusi ognuno nel proprio sacco a pelo perchè si gelava. Ci toccavamo solo coni nasi. La mattina seguente scoprimmo che aveva nevicato e la tenda era sommersa dalla neve.
Facemmo insieme anche un campo di volontariato, in una casa di riposo per anziani. Di giorno svolgevamo i nostri compiti con i malandati ospiti che ci avrebbero volentieri tolto di mezzo a colpi di dentiere – stupidi ragazzini romani fastidiosi come moschini della frutta. Di notte i ragazzi venivano a bussare alle stanze delle ragazze. Non si faceva nulla oltre che chiacchiere, baci e carezze, ma ci sembrava di essere esperti amatori.
Con lui mi ricordo uno scambio di battute che già mostrava la mia estrema simpatia. Parlavamo del brano cantato da Herbert Pagani, “Albergo a ore”, un pezzo straziante su due ventenni che passano la loro prima (e ultima) notte insieme in una stanza d’albergo, dove si toglieranno la vita. “Io lavoro al bar di un albergo a ore/ porto su il caffè a chi fa l’amore…”, citai io. Lui sorridendo mi disse: “A noi però non ce l’hanno portato il caffè…”. E io, che già da allora non capivo le battute ironiche, risposi acida: “Ma noi non abbiamo fatto proprio niente”, a sottolineare la pochezza delle effusioni.
La mia prima love story finì in modo indolore, perchè due quattordicenni alla fine sono solo due ragazzini che devono, giustamente, assaggiare qua e là la vita per trovare, da grandi, la loro strada nel mondo. Lui si invaghì di una tipa carina e chic che entrò nel gruppo insieme ad altre amiche tutte provenienti dalla scuola privata più esclusiva di Roma, l’Istituto Nazareth, frequentata solo dalle rampolle della Roma-bene.
Io andavo al liceo Guido Castelnuovo. Dove il più tranquillo era di Lotta Continua.
Quando ero ragazzina, una persona di 62 anni mi appariva decrepita, sull’orlo della fossa, vecchia di quella vecchiaia orribile che rende rugosi, svaniti, assenti e afflitti da mille malanni.
Oggi i 62 ce li ho io. Oddio.
La cosa strana è che non mi sento vecchia. Certo, le rughe sono tendenti al peggioramento, dimentico le cose, sono molto meno coinvolta in ciò che accade e ho uno svariato numero di malanni. Se mi guardo alla specchio gli anni si vedono, non c’è dubbio. Ma è dentro che non li sento. E questo è un grave problema.
Forse sono rimasta un po’ scema perchè non ho avuto figli e quindi mi sono mancate quelle grandi preoccupazioni (e quelle belle soddisfazioni) che ti forgiano l’animo. Ho vissuto i primi 40 con leggerezza, tra un lavoro di cui ero innamorata come di un affascinante Lucifer e una vita sentimentale pari a una favola a lieto fine con derive fancy. Ma mentre le altre mettevano su famiglia, io rimandavo.
Così è successo che ho avuto l'”arresto dello sviluppo”. Sono rimasta una ragazzetta che continua a sognare, a sentirsi ostile alle regole e diversa dagli altri. All’età mia è piuttosto ridicolo.
Intanto sto facendo crescere i capelli che finalmente, dopo una vita di riccitudine ostile, sono diventati quasi lisci: mistero della menopausa. Peccato che debba colorarli ogni mese se non voglio mostrare la feroce ricrescita white. Ma li taglierò corti prima dell’estate, così da lasciarli liberi di crescere bianchi o, spero, bianco-grigi. A quel punto, dati i miei outfit da invisibile – joggers, parka, scarpe da ginnastica – entrerò nella “no gender zone”, ovvero potrò essere scambiata per un vecchio uomo o una donna vecchia, a seconda da che angolazione mi guardi.
In vecchiaia donne e uomini perdono i caratteri fisici che li contraddistinguono e si uniformano in una persona senza genere, faccia cadente, capelli sottili, spalle abbassate, postura curva, passo lento. Madre natura, spesso matrigna, toglie alle donne una barcata di ormoni e questo ci penalizza nella forma, nell’odore, nella voce e nella zona “paesi bassi” che diventa una specie di prugna secca da accudire con costosi accorgimenti per non disintegrarsi del tutto.
Insomma, la natura si è voluta accertare di toglierci dalla piazza per lasciare spazio a quelle più giovani (leggi sane, fertili e in forze per allevare marmocchi), visto che gli uomini, pure da rimbambiti, possono fare figli anche a ottant’anni – con l’aiuto delle pasticchine. E’ la sopravvivenza della specie, baby, e non c’è cultura che tenga. Puoi pasticciare col bisturi e farti mille illusioni, ma il tempo passa beffardo, cinico e baro.
A maggio saranno 63. Non ho concluso granché nella mia vita. Il liceo, gli scout, il primo ragazzo, il secondo, il definitivo. L’università. Qualche viaggio (niente New York o USA in generale, niente Sud America, niente Irlanda o Islanda o Scandinavia, non ho visto quasi nulla). Il lavoro. Il lavoro. Il lavoro. Niente figli. Una malattia autoimmune. E poi? Pesco qua e là nei ricordi, ma vedo un percorso confuso, inconcludente e un po’ patetico. Non mi resta che cercare di fare qualcosa di grandioso nel tempo che resta.
Non sono una grande camminatrice, mi scoraggio di fronte alle salite troppo erte o ai sentieri sassosi. Inoltre sono un po’ goffa e distratta, così mi capita di inciampare e cadere. Ma mi rialzo subito, perchè amo la montagna di un amore devoto e totale. Anche se non ci sono esattamente portata.
Il Cervino
La montagna che amo di più è quella della Valle D’Aosta, che ho visitato solo d’estate. La prima volta che ho visto il Cervino, 4.478 m., ho provato un colpo al cuore: è l’essenza della bellezza e dell’eleganza. Disegnato come i bambini disegnano le montagne, a triangolo, il Cervino punta verso il cielo con aria birichina e insieme terribile. Mi sono immaginata gli scalatori che l’hanno affrontato, come il mio mito Walter Bonatti. Io e mio marito, però, abbiamo sempre preso la funivia, con le bassotte in braccio avvoltolate in un paio di cappottini ciascuna perchè si arriva altissimi, sul Plateau Rosa, 3500 m, dove c’è sempre freddo e neve, anche a luglio.
Quello che si vede da lì toglie il respiro. Mi sono avventurata esitante su quella neve perfetta, alta, compatta. Che emozione! Non ho mai camminato molto, giusto un piccolo giro intorno alla stazione di arrivo della funivia e una passeggiata fino alla bandierina che indica il confine con la Svizzera. Mio marito, ex sciatore, sulla neve se la cava benissimo e ha camminato più di me. Ma non ci siamo mai fatti mancare il ristorante del rifugio, dove si mangia benissimo sulla terrazza al sole, polenta coi funghi, strudel e vino rosso.
Il Bianco
Il colpo al cuore l’ho avuto anche di fronte al massiccio del Monte Bianco, 4809 m. Immane, si alza come un muro di ghiaccio e roccia degno del Grande Inverno, ma al contempo sembra che ti abbracci e ti protegga, come un gigante a guardia della sua amata valle. Te lo trovi davanti vicinissimo, ma in realtà non lo è.
Purtroppo non ci sono mai salita con la funivia Skyway perchè non possono andarci i cani, dato che ricade nella zona di Parco Nazionale. Però ho percorso le valli che affiancano il Bianco, belle, luminose, perfette. Dalla Val Ferret siamo saliti al rifugio intitolato a Walter Bonatti, una fatica bellissima – con le bassotte spesso in braccio. Ma che batticuore vedere le attrezzature spartane di Bonatti in mostra!
Il Rosa
Una montagna che mi ha intimorito è il Monte Rosa, 4.634 metri: grandissimo, spigoloso, seducente nei riflessi di colori solo suoi. Siamo saliti (da tipici turisti) con la funivia, senza sapere che l’impianto si ferma per una pausa all’ora di pranzo. Siamo rimasti all’addiaccio, noi due e i cani, ammucchiati uno sopra all’altro, tremando dal freddo e sicuri di esser destinati a morire assiderati. Il gestore della funivia ci ha visti e si è mosso a pietà: ci ha fatti salire su una cabina e ci ha spediti giù con una corsa solo per noi, turisti romani scemi che chissà se avranno capito che con la montagna non si scherza.
Il Paradiso
La pace nel cuore me l’ha regalata il Gran Paradiso, l’altro 4000 della Valle d’Aosta, che abbraccia la valle con fascino scintillante e senso dell’infinito. Camminare nella Valnontey mi ha sempre dato la sensazione di essere immersa nella bellezza pura: un’emozione che solo la natura ti può far provare. Tra quelle montagne e quei boschi ci si sente liberi dai pensieri. Liberi da tutto.
Ovviamente non ho raggiunto nessuno di questi 4000 ma li ho solo ammirati da lontano. Questo mi è bastato per farmi innamorare di quei posti incantati.
“La montagna più alta rimane sempre dentro di noi”, Walter Bonatti